di Luca Graziani

“Entro il 2026 porterò l’uomo su Marte ma probabilmente qualcuno morirà”, diceva Elon Musk con una certa nonchalance lo scorso 22 aprile, profetizzando sventura ma anche gloria e progresso in un’intervista su YouTube. Il caso vuole che il vulcanico magnate già patron di Tesla e poi SpaceX – azienda che si prepara a dominare l’esplorazione spaziale dei prossimi decenni – pronunciasse il suo inquietante vaticinio nel giorno del debutto su Netflix di Estraneo a bordo, nuovo film fantascientifico che gioca proprio sulle implicazioni etiche e morali di un simile scenario.

Toni Collette, Anna Kendrick e Daniel Dae Kim sono una piccola equipe di ricercatori della Hyperion in viaggio verso Marte. Poco dopo il decollo scoprono la presenza del povero Shamier Anderson, ingegnere del supporto al lancio feritosi in un incidente e rimasto bloccato a bordo. Il problema con cui confrontarsi sarà inevitabilmente la penuria d’ossigeno, le cui scorte non possono garantire la sopravvivenza di un quarto incomodo.

Lo diceva già Kennedy molto prima di Elon Musk: “Abbiamo scelto di andare sulla Luna perché è difficile”. Il film del cineasta brasiliano Joe Penna non fa che darcene conferma, nello spazio non esiste il rischio zero. Gli sventurati protagonisti, tra l’altro, non hanno nessun miliardario che si preoccupi di metterli in guardia sul dramma che dovranno affrontare, la necessità di dover scegliere chi vive e chi muore. Quella che si avventura nel cosmo è un’umanità messa a nudo, intrappolata in desolanti scenari siderali, che con il racconto dell’ansia e dell’isolamento della vita spaziale rimpiazza le creature improbabili, i mostri spaventosi o le presenze inquietanti, ancora evocate dal titolo ingannevole. Mentre il tono grave, strizza l’occhio alla necessità di affrontare il cambiamento climatico e garantire tutele alla nostra Terra, fino a prova contraria unico vero porto sicuro.

Ma c’è chi crede sinceramente che Marte sia la strada, o per lo meno una possibile gallina dalle uova d’oro. Il periodo di rotazione simile a quello terreste, il suolo che si è dimostrato non essere tossico, la possibilità di sfruttare il CO2 e l’azoto per la coltivazione, sono solo alcune delle peculiarità del pianeta rosso che ingolosiscono i filantropi ultra ricchi sempre in cerca di sfide tecnofinanziarie, nuove glorie e grandi guadagni. Gli impresari dello spazio in nome del (proprio) progresso non temono certo di giocare d’azzardo e, se serve, mettere in mezzo pure gli avvocati per l’esclusiva, come nell’ultima diatriba tra Musk e Bezos per la partnership con la Nasa.

A riportarci con i piedi per terra, invece, ci pensa Fridays For Future. In un ironico corto diffuso in occasione dell’atterraggio dell’ultimo rover su Marte, l’organizzazione fondata dalla Thunberg ricordava con un certo pragmatismo che a noi comuni mortali certe beghe spaziali dovrebbero interessare fino a un certo punto. Perché a meno di non rientrare in quel famoso 1% che prima o poi si concederà anche il lusso delle vacanze marziane, dovremmo seriamente cominciare a prendere in considerazione l’eventualità che la Terra rimanga la nostra unica casa.

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