Niente di nuovo sotto il sole per quanto riguarda il capitolo “Istruzione” del Recovery plan firmato dal premier Mario Draghi. Il Governo ha previsto per la cosiddetta missione “quattro” 30,88 miliardi di euro (19,44 per il potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione dagli asili nido all’Università e 11,4 per il capitolo denominato dalla ricerca all’impresa) mentre l’ex governo “giallo rosso” aveva programmato 28,5 miliardi di euro per lo stesso fine (16,72 per potenziamento delle competenze e diritto allo studio e 11,77 dedicati a “dalla ricerca all’impresa”). Messo a confronto con il documento steso dall’ex premier Giuseppe Conte, le pagine dedicate alla scuola sembrano essere una fotocopia. I due premier si distinguono per qualche marginale voce di investimento ma il quadro nel suo complesso non cambia più di tanto.

Partiamo proprio dalle cifre. Il presidente del Consiglio in carica ha messo nero su bianco poco più di dieci miliardi di euro per il “miglioramento qualitativo e l’ampliamento quantitativo dei servizi di istruzione e formazione”. L’avvocato Conte ne aveva previsti circa nove per l’ “Accesso all’istruzione e riduzione dei divari territoriali” più altri cinque per il capitolo “Competenze Stem e multilinguismo”. Numeri più o meno uguali. Identici anche alcuni impegni presi dai due governi: per Draghi è necessario “ridurre gradualmente i tassi di abbandono scolastico nella scuola secondaria”. Conte parlava di “ampliare le opportunità di accesso all’istruzione e contrastare l’abbandono scolastico e la povertà educativa”. Stessa anche la cifra pensata per questa missione: 1,5 miliardi. Identico pure l’impegno per “riformare i processi di reclutamento e di formazione degli insegnanti” con piccole variazioni lessicali, nel documento del gennaio scorso si parlava di come “potenziare la formazione e il reclutamento del personale docente”.

Entrambi i governi hanno preso impegni sugli asili nido con una differenza, tuttavia, sostanziale. L’ex presidente della Banca centrale europea parla di “aumentare significativamente l’offerta di posti negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia e l’offerta del tempo pieno nella scuola primaria” mentre l’avvocato aveva scritto di un aumento “dell’offerta di asili nido e servizi per l’infanzia e favorirne una distribuzione equilibrata sul territorio nazionale”. Giuseppe Conte si era fissato questo obiettivo: superare il target fissato dal Consiglio europeo di Barcellona del 2002, relativo al raggiungimento di un’offerta minima al 33% per i servizi per la prima infanzia, e conseguentemente raggiungere un’offerta media nazionale pari all’83%, con la creazione di circa 622.500 nuovi posti entro il 2026. “Il raggiungimento di tale obiettivo – citava il piano Conte – permetterebbe all’Italia, partendo dall’attuale offerta pari al 25,5%, di arrivare a superare la media europea (35,1%) e collocarsi ben oltre il livello di altri Stati membri come la Spagna (50,5%) e la Francia (50%)”. Il primo, invece, pur confermando la fotografia della realtà, si limita a dire che “per uscire da questa situazione è quindi necessario agire sia dal lato dell’offerta di infrastrutture e servizi sia dal lato della domanda. Le misure del Pnrr agiscono sul primo versante, mentre le politiche nazionali, ed in particolare il prossimo avvio dell’assegno universale per i figli, ambiscono a rendere possibile la fruizione dei servizi nuovi servizi in tutte le aree del Paese”.

I soldi messi su questa partita sono pure gli stessi 4,6 miliardi ma a pari investimento Draghi prevede la creazione di circa 228.000 posti: “L’intervento – cita il piano – verrà gestito dal ministero dell’Istruzione, in collaborazione con il dipartimento delle politiche per la famiglia della Presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell’Interno, e verrà realizzato mediante il coinvolgimento diretto dei Comuni che accederanno alle procedure selettive e condurranno la fase della realizzazione e gestione delle opere”. Nel Recovery plan di Conte, invece, non si parlava di personale ma di “investimento per la realizzazione, riqualificazione e messa in sicurezza delle scuole dell’infanzia, anche attraverso l’innovazione degli ambienti di apprendimento e la sostenibilità ambientale, con il potenziamento delle sezioni sperimentali Primavera (24-36 mesi) e la costituzione dei poli per l’infanzia”. Entrambi i capi di Governo puntano anche sul tempo pieno a scuola spuntando un miliardo. In questo caso, tuttavia, Draghi per la stessa cifra, prende l’impegno di costruire o ristrutturare “gli spazi delle mense per un totale di circa mille edifici entro il 2026”.

Impegni più o meno identici anche per le Stem (Science Technology Engineering Mathematics). La riforma dell’ex Governo con cinque miliardi (dedicati anche al multilinguismo, alle scuole innovative e alla formazione per la didattica digitale integrata) aveva messo a programma per 1,1 miliardi l’integrazione, nelle discipline curriculari, di attività, metodologie e contenuti correlati a sviluppare e rafforzare le competenze Stem e di digitalizzazione e innovazione, in tutti i gradi d’istruzione, a partire dall’ infanzia e primaria alla secondaria di primo e secondo grado, in ottica di piena interdisciplinarità, avendo cura di garantire pari opportunità di accesso alle carriere scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. Draghi dedica un intero paragrafo al tema specificando che “la misura mira a promuovere l’integrazione, all’interno dei curricula di tutti i cicli scolastici, di attività, metodologie e contenuti volti a sviluppare le competenze Stem, digitali e di innovazione, con particolare riguardo verso le pari opportunità”. Cifra dedicata a questo tema: 1,1 miliardi.

A questo si aggiungono 2,1 miliardi per la trasformazione di circa cento mila classi tradizionali in connected learning environments, con l’introduzione di dispositivi didattici connessi; la creazione di laboratori per le professioni digitali nel secondo ciclo; la digitalizzazione delle amministrazioni scolastiche 
e il cablaggio interno di circa 40mila edifici scolastici e relativi dispositivi. In più ci sono 3,9 miliardi per un piano di riqualificazione che mira a ristrutturare una superficie complessiva di 2.400.000 metri quadrati degli edifici scolastici (tema, quest’ultimo non trattato da Conte). Le differenze sono, invece, di sostanza su alcuni argomenti che discostano l’impostazione del ministero dell’Istruzione targato prima Lucia Azzolina (Movimento 5Stelle) da quella del dicastero a guida Patrizio Bianchi (indipendente vicino al Pd).

L’ex banchiere centrale inserisce nel piano due argomenti esclusi da Conte: il consolidamento dell’uso dei test Pisa/Invalsi e il potenziamento delle infrastrutture per lo sport a scuola. L’investimento indicato è di soli 300 milioni di euro ma il capitolo è ingente: “Il piano mira a costruire o adeguare strutturalmente circa 400 edifici da destinare a palestre o strutture sportive anche per contrastare fenomeni di dispersione scolastica nelle aree maggiormente disagiate. Tali edifici verranno anche dotati di tutte le attrezzature sportive necessarie moderne e innovative e caratterizzate anche, lì dove possibile, da alta componente tecnologica, per essere resi immediatamente utilizzabili e fruibili da scuole e territorio”.

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