Che impatto avrà davvero il Recovery plan del governo Draghi sull’economia italiana? La risposta è: dipende. Non è un caso se il premier, presentando il piano alla Camera, ha avvertito che “nel realizzare i progetti, ritardi, inefficienze, miopi visioni di parte anteposte al bene comune peseranno direttamente sulle nostre vite. Soprattutto su quelle dei cittadini più deboli e sui nostri figli e nipoti”. Perché la capacità di quello che nella prefazione viene definito “intervento epocale di incidere davvero sul pil, sull’occupazione, sulle disuguaglianze di genere e su quelle tra giovani e anziani è appesa a diverse scommesse: l’efficacia degli investimenti pubblici, la capacità della pubblica amministrazione di avviarli e portarli a termine e il successo delle riforme chiamate a risolvere debolezze strutturali con cui la Penisola fa i conti da decenni.

Le cifre sono nero su bianco nell’ultima parte del Pnrr, la più tecnica, in cui il ministero dell’Economia stima con modelli matematici come e quanto il sistema Paese uscirà cambiato a valle degli investimenti aggiuntivi (esclusi dunque i progetti che si sarebbero realizzati comunque) finanziati con le risorse europee. L’esercizio è interessante anche perché solo qui viene presentata la ripartizione dei circa 200 miliardi disponibili tra i vari attori in campo: “Nel complesso, il 61,8 per cento delle risorse è destinato a investimenti pubblici, il 12,2 per cento è costituito da spesa corrente, il 18,7 per cento sono incentivi alle imprese, il 5 per cento trasferimenti alle famiglie e il 2,4 sono riduzioni di contributi datoriali“. Dunque tra incentivi e sgravi le aziende incassano il 21% del totale.

Con quale effetto sulla crescita? Nello scenario migliore, spiegano i tecnici del Tesoro, grazie ai 183 miliardi di investimenti aggiuntivi il prodotto interno lordo nel 2026 sarà più alto del 3,6% rispetto al livello che avrebbe raggiunto senza il Piano. Sono circa 70 miliardi, prendendo a riferimento la cifra (circa 1.800 miliardi) su cui il pil si era assestato prima del crollo causato dal Covid. Ma questo vale solo se gli investimenti finanziati sono “quelli con una maggiore efficienza”: in particolare reti energetiche, di tlc e trasporti “in grado di colmare divari strutturali e favorire la transizione ambientale e tecnologica” e soldi destinati a ricerca e sviluppo. Se invece ci sarà una “dispersione improduttiva” delle risorse ed errori nella progettazione e messa in opera, il risultato atteso si dimezza: solo l’1,8% di pil in più.

Allo stesso modo anche le riforme, se pienamente attuate, potrebbero spingere notevolmente la crescita: quelle della giustizia e della concorrenza addirittura del 3,3%, nel lungo periodo, quella della pubblica amministrazione del 2,3%. A patto che si riesca davvero a ridurre la durata dei processi, aprire i mercati, digitalizzare e sburocratizzare i rapporti con la pa. Un’altra scommessa, appunto.

Idem per i posti di lavoro: l’occupazione è data in aumento, per effetto del piano, del 3,2%, pari a oltre 710mila posti: già in partenza sono meno di quelli persi nel 2020 a causa del Covid ma anche in questo caso la stima dipende dalla capacità di tradurre in pratica i progetti. Così anche le disparità che penalizzano le donne e i giovani sul mercato del lavoro si ridurranno solo se tutti gli interventi previsti, compreso il potenziamento dei servizi di cura e l’avvicinamento delle ragazze alle materie scientifiche, andranno in porto. E’ la grande scommessa.

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