Il 29 aprile 1961 un giovane tenore modenese, che per qualche anno aveva cantato da appassionato in una corale, che aveva fatto il docente di educazione fisica e che aveva studiato canto con due insegnanti senza mai mettere piede in conservatorio, debuttava in Bohème, come Rodolfo, nel teatro Municipale di Reggio Emilia, una di quelle istituzioni di provincia con un repertorio rodato e un pubblico popolare e spietato: era Luciano Pavarotti.

Fu il primo nel suo ruolo d’elezione, in cui non ci sarebbe stato confronto con nessun altro, quello in cui ci si misura solo con la storia, quella con la maiuscola. L’astro inizia la sua sfolgorante parabola, all’inizio solo in Italia. Sono gli anni in cui quel timbro di rara bellezza, il fraseggio naturale con uno spiccato interesse per la parola, mai stravolta dall’emissione, gli acuti facili e abbaglianti per luminosità, da tenore lirico ma di notevole ampiezza, si impongono d’autorità.

Si aggiungono ruoli verdiani (Duca di Mantova in Rigoletto, Alfredo in Traviata) ma la consacrazione al Covent Garden arriva con Donizetti: la spettacolosa salva di do della Figlia del reggimento sparati come una gragnuola sembrano fuochi d’artificio per slancio e bellezza, è quello sfoggio di bravura che lo incorona come voce internazionale. Herbert von Karajan sempre a caccia di voci fresche e belle lo individua subito per Elisir d’amore e poi per un Requiem di Verdi che rimane perla assoluta (in video) e in discografia quando arriva l’incisione (con Solti).

Sono gli anni Settanta che ne vedono il trionfo mondiale, iniziano le stagioni al Met per cui sarà il tenore italiano d’elezione per un trentennio. Arrivano le interpretazioni assolute in disco con Joan Sutherland in Traviata, Favorita, Beatrice di Tenda, Puritani e i miracoli in microsolco con Karajan: Bohème e Madama Butterfly con Mirella Freni, amica e compagna di tante serate in teatro. Splendori sonori su cui si sono accatastati i superlativi per lo scavo impressionante dell’orchestra da parte di quel mago esigentissimo e le prodezze vocali di una venustà forse mai più raggiunta per opere tanto logore in repertorio.

Ma già, a veder bene, arriva il primo passo timidamente fuori misura, la Turandot con Mehta e Dame Joan che per quanto interessante non era nelle corde vocali di nessuno dei due protagonisti. La voce raggiunge lo zenit nei primi anni Ottanta quando inizia però a cedere alle lusinghe di un protagonismo mediatico che piano piano lo porterà a lasciar cadere qualcosa, o molto, del gusto musicale, già di suo non per palati fini, per raggiungere un pubblico sempre più vasto anche al di là dell’hortus conclusus dell’opera.

Con la fine degli anni Ottanta si consolida il Pavarotti personaggio, oramai superstar, che purtroppo come cantante inizia a perdere lo smalto del timbro e a virare su un gusto sempre più discutibile per rincorrere il personaggio oramai beniamino delle folle. Si moltiplicano gli spettacoli all’aperto, spesso in ricche raccolte fondi con cantanti pop, partecipazioni a produzioni faraoniche sempre meno sicure musicalmente fino a diventare discutibili, alcune, altre pressoché caricaturali, se si pensa agli spettacoli, invero costernanti, dei Tre tenori. Il resto è cronaca (quasi) recente: dalla dolorosa malattia alle liti ereditarie.

Quello che ci resta di questo cantante epocale è la straordinaria voce dei primi due decenni della carriera, dal timbro irripetibile per intrinseca venustà, lo squillo luminoso, gli acuti facili (il più bel re bemolle della storia, si disse), l’emissione sempre impeccabile dai fiati sovrumanamente lunghi, il repertorio vasto e sempre in allargamento seguendo il crescere e lo svilupparsi delle vocalità. L’acquisizione di nuovi ruoli con l’’appesantirsi’ della voce, pratica usuale in voci come la sua, lo portò su partiture da lirico spinto fino a quelle da tenore drammatico, anche se sono doverosi alcuni distinguo: alcune aggiunte sono sembrate inopportune, se si pensa all’Otello di Verdi, ruolo che a molti è sembrato fuori dalla portata della sua vocalità.

Ci rimane la sua estrema musicalità, istintuale certamente ma sempre sicura nel porgere e generosissima, specie quando erano in mani sicure la direzione d’orchestra e d’elezione i partner. Certo, sarebbe vano cercare in un tenore come Pavarotti le preziosità di un Alfredo Kraus o di un Nicolai Gedda, nel repertorio comune ai tre, intendiamo, ma il focus prevalente dell’attenzione del tenore modenese sono sempre stati il pubblico e il successo, da qui le vette e ahinoi anche le cadute.

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