Quasi 1 milione di posti di lavoro persi a causa delle conseguenze economiche della pandemia e delle restrizioni per contenere i contagi. Nonostante il blocco dei licenziamenti. L’Istat, nei nuovi dati diffusi il 6 aprile, fotografa l’impatto del Covid sul mercato del lavoro: a febbraio gli occupati in Italia erano 22.197.000, ovvero 945.000 in meno rispetto a febbraio 2020. In un anno sono crollati i posti a termine (-372mila) e gli autonomi che crollano a 4,8 milioni (-355mila): mai così pochi. Ma si sono persi anche 218mila dipendenti stabili. La diminuzione ha coinvolto uomini e donne e tutte le classi di età, ma è stata più intensa per gli under 35. Il tasso di disoccupazione, al 10,2% contro il 9,8% del febbraio 2020, per i giovani fino ai 24 anni è salito di 2,6 punti, al 31,6%. Nel frattempo sono aumentati di 717mila unità gli inattivi, cioè coloro che non sono occupati ma nemmeno cercano un posto. L’unico aspetto positivo è che a febbraio la situazione si è stabilizzata e il trend negativo iniziato a settembre sembra esaurito.

Questa istantanea sull’effetto di 12 mesi di coronavirus è molto più “a fuoco” rispetto a quelle diffuse fino a dicembre, stando alle quali i lavoratori stabili erano aumentati rispetto a un anno prima: pesa il fatto che nel frattempo c’è stato un importante cambiamento nella metodologia di calcolo di occupati e disoccupati per effetto dell’entrata in vigore, dal primo di gennaio, del Regolamento europeo del 2019 sulla rilevazione delle forze di lavoro.

La nuova metodologia di calcolo decisa dalla Ue – Per rendere i numeri più aderenti alla realtà, a differenza di quanto avveniva fino a fine dicembre ora viene classificato come non occupato ogni lavoratore in cassa integrazione a zero ore da più di tre mesi e ogni autonomo che abbia sospeso l’attività per lo stesso periodo di tempo. Visto l’aumento esponenziale della cig causato dall’emergenza Covid, le serie storiche ricostruite in questo modo mostrano da subito un crollo molto più marcato degli occupati. L’effetto si vede già sul marzo 2020, il mese del lockdown più duro con la chiusura delle attività non essenziali: dai nuovi dati emerge un crollo di 330mila occupati. Come si spiega, visto che il boom della cassa era appena iniziato? Dipende, spiegano da Istat, dal fatto che in quel momento è stato ritenuto in cig da più di tre mesi chi durante l’intervista dei ricercatori ha risposto che si aspettava di non rientrare al lavoro prima di giugno. Si spiega con la nuova metodologia anche il maggiore aumento degli inattivi, tra cui ora finiscono anche molti cassintegrati in attesa di rientrare in azienda (per essere considerati disoccupati occorre comunque, come in precedenza, aver cercato attivamente un lavoro). Proprio per calcolare i numeri con il nuovo metodo, l’istituto di statistica non aveva diffuso quelli di gennaio, che sono usciti oggi insieme all’aggiornamento di febbraio. Nel primo mese dell’anno gli occupati sono calati di 184mila su dicembre.

L’impatto dei cassintegrati non più considerati occupati – L’Istat nella sua nota sottolinea che “i confronti temporali possono essere effettuati esclusivamente con i dati in serie storica ricostruiti e non con quelli precedentemente diffusi”. Ma, volendo cercare di comprendere quanto abbia pesato l’esclusione dei cassintegrati da oltre tre mesi dalle file degli occupati, vale la pena osservare come sono cambiati i numeri prima e dopo la ricostruzione delle serie storiche. A dicembre, prima della modifica metodologica, l’istituto contava 22,8 milioni di occupati: ora sono 22.197, 642mila in meno. I disoccupati sono saliti da 2,25 a 2,5 milioni e gli inattivi sono passati da 13,7 a 14 milioni di persone.

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