Il rapporto di lavoro dei dirigenti è peculiare nel panorama italiano, nel senso che il loro contratto di lavoro non prevede tutele dal licenziamento discrezionale da parte del datore di lavoro, né l’accesso ad ammortizzatori sociali. È sufficiente che il datore di lavoro porti una “riorganizzazione” come motivo del licenziamento ed esso diviene contrattualmente giustificato e sostanzialmente inopponibile: il dirigente licenziato non ha tutele economiche di alcun genere perché, appunto, il licenziamento è giustificato. Le tutele contrattuali si applicano unicamente se il licenziamento è ingiustificato. Quindi, da oggi a domani, un dirigente può trovarsi sostanzialmente in mezzo a una strada.

Questa peculiarità del rapporto di lavoro è parzialmente compensata, in condizioni normali, da retribuzioni più alte (abbinate anche a responsabilità maggiori), assenza di vincoli all’orario di lavoro, previdenza e assistenza sanitaria integrativa. Questa compensazione, ancorché insufficiente in caso di licenziamento in età avanzata, quando il ricollocamento diviene più difficile, può essere considerata tollerabile in condizioni normali, quando il mercato del lavoro funziona e le possibilità di ri-accedere rapidamente a un reddito sono ragionevoli; certamente non in periodi straordinari, quando, a fronte di crisi di vario genere, l’economia ristagna e il primo obiettivo delle aziende diviene quello di sopravvivere riducendo qualsiasi costo, inclusi quelli del personale.

La pandemia, che da ormai 15 mesi tiene bloccati attività e consumi, ha causato la crisi economica forse più grande del dopoguerra e gli effetti sul mercato del lavoro, in tutte le sue articolazioni, sono e saranno devastanti. A fronte di questa crisi eccezionale, terrificante, sono state prese, a tutti i livelli, misure straordinarie considerate inconcepibili fino a 16 mesi fa, basti pensare alle deroghe ai patti di stabilità Ue, alla collettivizzazione di parte del debito nell’Unione Europea, ai sostegni (pochi o tanti) erogati dal governo a fronte dei cali di fatturato, alla cassa integrazione in deroga approvata in quantità massiccia, al deficit statale 2020 e 2021.

In questo panorama di misure straordinarie spicca anche il blocco dei licenziamenti che, sino al 19 aprile si applicava indistintamente a tutte le categorie, inclusi i dirigenti. Purtroppo una sentenza del tribunale di Roma del 19 aprile 2021, invertendone una del 26 febbraio 2021 dello stesso tribunale, ha ora dichiarato licenziabili i dirigenti. La motivazione non è in principio sbagliata, in quanto il Tribunale osserva che il blocco dei licenziamenti è abbinato alla erogazione di ammortizzatori sociali che spostano il costo delle retribuzioni dall’azienda allo Stato; poiché i dirigenti, come detto, non hanno ammortizzatori sociali, il loro costo resterebbe totalmente a carico dell’azienda, appesantendo in un momento nel quale lotta per sopravvivere.

Il difetto di questo punto di vista è che, mentre correttamente si preoccupa delle sorti delle aziende, sembra non tenere in nessun conto quelle dei dirigenti licenziati, che diventano di fatto l’unica categoria sociale abbandonata a sé stessa in questo momento. In questo panorama, il vero assente è lo Stato. Il dilemma “penalizzare l’azienda o il dipendente” si può risolvere solo con un intervento del governo che trasformi il gioco a saldo zero in uno nel quale tutti possano avere il sollievo necessario: le aziende alleggerendosi delle retribuzioni e i dirigenti avendo una forma adeguata di reddito sussidiato dallo Stato, per l’emergenza; come tutti gli altri cittadini in questo momento, insomma.

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