Gatti che mangiano carcasse di maiali abbandonate in una fossa a cielo aperto e altri suini lasciati in decomposizione, a contatto con animali vivi, all’interno di un allevamento infestato da topi e scarafaggi, ambiente ideale per la diffusione di eventuali patogeni. Operatori senza alcun presidio sanitario, che urinano sul pavimento delle sezioni di maternità delle scrofe. Violenze e pratiche crudeli (oltre che fuorilegge), come quella del taglio sistematico della coda o della castrazione oltre i sette giorni non realizzata da un veterinario. Sono solo alcune delle irregolarità commesse in un allevamento del Cremonese. Inadempienze di cui, evidentemente, nessuno si era mai accorto, ma di cui sono testimonianze immagini filmate per mesi, da febbraio a settembre 2020 e, ancora, a febbraio 2021 e ricevute dalla Lega Anti Vivisezione. La giornalista Giulia Innocenzi è andata sul posto, firmando una video inchiesta per ilfattoquotidiano.it, dalla quale emergono violazioni delle norme, ad esempio, sullo smaltimento delle carcasse, ammassate per mesi in una discarica adiacente all’allevamento. Una situazione che, come spiegano gli esperti, può provocare l’inquinamento della falda acquifera con la dispersione ambientale di agenti patogeni presenti nei suini e che possono essere trasmessi, oltre che da animale ad animale, anche dal suino all’uomo, come nel caso dell’epatite E e della salmonellosi. Senza considerare il rischio rappresentato da altri animali che, cibandosi delle carcasse, potrebbero fungere da amplificatore di queste patologie. Eppure, nello stabilimento in questione i suinetti avevano sulla coscia posteriore il primo timbro che si pone dopo circa 30 giorni e stabilisce l’idoneità dell’animale ad essere utilizzato per prodotti DOP. E allora c’è da chiedersi se, alla faccia della tracciabilità, la carne che finisce sulle nostre tavole, magari anche con la Denominazione di origine protetta, possa davvero arrivare da un allevamento del genere.

L’INTERVENTO – Una volta scoperta la fossa scavata all’esterno con carcasse di suini morti, Giulia Innocenzi ha allertato la Forestale e, dopo qualche ora, sono arrivati due veterinari dell’azienda locale, l’Ats Val Padana di Cremona e i carabinieri dei Nas (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità), da cui è partita una denuncia per inquinamento ambientale. Non è stato eseguito alcun sequestro. Nell’immediato l’Ats Val Padana ha imposto delle prescrizioni sanitarie urgenti, altre sono arrivate nei giorni successivi. E, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Maurilio Giorgi, direttore del Dipartimento di Prevenzione Veterinaria dell’Ats Valpadana di Cremona “i Servizi veterinari stanno predisponendo tutti i documenti che sarà l’autorità giudiziaria a valutare per procedere, eventualmente, con la contestazione del reato di maltrattamento”. Non è escluso, dunque, che si arrivi a sanzioni pesanti e al sequestro che, spiega Giorgi, “nell’immediato avrebbe anche creato il problema della gestione degli animali vivi all’interno della struttura”. La Lav, invece, ha già presentato alla Procura della Repubblica una denuncia per maltrattamenti di animali. Tra le altre cose, le carcasse dei suinetti, percossi durante gli spostamenti da una sezione all’altra, venivano anche smaltite in fosse adibite allo stoccaggio dei reflui. “Parliamo di animali molto intelligenti, che si rendono conto di ciò che accade attorno a loro. La legge per tutelarli c’è – spiega il direttore generale di Lav, Roberto Bennati – ma non viene applicata, né fatta rispettare”.

LA TUTELA NORMATIVA – Il codice penale prevede (articolo 544 ter) il reato di maltrattamento di animali, di cui è responsabile “chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale” o lo sottopone a sevizie, comportamenti, fatiche o lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche. Si rischia la reclusione da 3 mesi a 18 mesi o la multa da 5mila a 30mila euro, pena aumentata della metà se l’animale muore. A gennaio 2021, per esempio, si è svolta la prima udienza per maltrattamento, relativa a un allevamento di suini di Cremona, al centro nel 2017 di un’altra denuncia di Lav e, negli anni, di diverse ispezioni da parte di Nas e Ats. I due imputati hanno patteggiato rispettivamente 3mila euro e 6mila euro di multa. Un risultato per nulla scontato. “Il problema – aggiunge Bennati – è che non sempre si arriva a questo punto e molti casi rischiano di non essere mai denunciati, anche a causa di falle nel sistema dei controlli”.

COSA ACCADE NEGLI ALLEVAMENTI ITALIANI – Il decreto legislativo 122 del 2011 attua la direttiva 2008/120/CE e stabilisce le norme minime per la protezione dei suini: requisiti generali per le aziende, superfici a disposizioni, alimentazione e condizioni degli allevamenti, ma anche formazione del personale, ispezioni e sanzioni. Nel nostro Paese si allevano 8,5 milioni di maiali all’anno. Ilfattoquotidiano.it ha chiesto all’avvocato Manuela Giacomini, esperta in diritto degli animali, a che punto fosse l’Italia con la concreta attuazione della direttiva che vieta, ad esempio, il taglio della coda tranne che in casi eccezionali. È un’operazione diffusissima negli allevamenti intensivi, molto spesso eseguita senza anestesia o analgesia, causando ai suinetti dolore prolungato. “I maiali arrivano a mordicchiarsi la coda a vicenda – commenta l’avvocato – perché sono animali estremamente attivi e giocosi che, per loro natura, hanno bisogno del contatto con i loro simili”. Passerebbero il tempo a grufolare tra la paglia e il terriccio ma, senza strumenti di manipolazione e costretti a trascorrere la loro breve vita ammassati in recinti aberranti “sfogano la loro frustrazione e il loro stress con pratiche di cannibalismo”.

LA BOCCIATURA DELL’EUROPA – Da tempo l’Europa raccomanda una serie di misure alternative al taglio della coda, ma i risultati tardano ad arrivare. Nel 2017, un team della DG Health and Food Safety della Commissione europea ha effettuato un audit in Italia ed è emerso che quasi il 98% dei suini negli allevamenti aveva subito il mozzamento di parte della coda. Dopo la minaccia di apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione Ue, nel 2018 l’Italia ha approvato un piano che prevedeva il graduale inserimento di suinetti con le code integre a partire da gennaio 2020. Di fatto, a ottobre scorso, rispondendo a un’interrogazione dell’europarlamentare Fredrick Federley di Renew Europe, la Commissione Ue ha confermato che solo la Finlandia e la Svezia hanno vietato il taglio della coda di routine. L’Italia inizia a sperimentare, ma va troppo lenta. Come dimostra la cronaca.

IL PROBLEMA DEI CONTROLLI – “Per il piano italiano – spiega l’avvocato Giacomini – il gruppo di esperti del ministero della Salute ha messo a punto una check list per la valutazione del rischio con l’obiettivo di evitare l’insorgenza di comportamenti dovuti allo stress degli animali”. Strumenti che devono utilizzare allevatori, veterinari aziendali e le Asl per i controlli, ma il problema è proprio quello delle verifiche. Ministero della Salute, Regioni, Province autonome e Asl ogni anno effettuano ispezioni su un campione rappresentativo di allevamenti. I piani di regione definiscono specificità e obiettivi territoriali. In Lombardia, dove vive la metà dei suini presenti in Italia (4,3 milioni di capi, tre volte l’intera popolazione di Milano) c’è il ‘Piano Regionale Integrato della Sanità Pubblica Veterinaria 2019-2023’. “Tra le province di Cremona e Mantova ci sono due milioni di suini in 850 allevamenti – spiega il direttore del Dipartimento di Prevenzione Veterinaria dell’Ats Val Padana di Cremona, Maurilio Giorgi – e noi controlliamo quelli selezionati in base a una valutazione dei rischi. In un anno circa trecento ma, se tutto va bene, un allevamento registrato viene ispezionato ogni due o tre anni, a meno che non ci siano segnalazioni particolari o interventi con altre autorità”.

POCHE VERIFICHE E PURE ANNUNCIATE – Una situazione constatata anche dall’avvocato Giacomini, che segue diverse associazioni italiane e internazionali in difesa degli animali: “Non mi sembra che la situazione sia cambiata di molto”. Intanto la verifica viene programmata e annunciata all’allevatore che, se gestisce un allevamento pieno di topi e blatte, può provvedere in tempo per l’ispezione. “I controlli vanno fatti a sorpresa, esattamente come quelli della Commissione Ue, che – aggiunge l’avvocato Giacomini – hanno dato risultati deludenti in molti Paesi europei. In Italia manca evidentemente il personale rispetto ai tantissimi allevamenti esistenti e, di fatto, a volte in una struttura appena ispezionata devono passare anche 3 o 4 anni prima di un nuovo controllo”. In un periodo così lungo, in un allevamento come quella della provincia di Cremona può accadere di tutto, senza che nessuno intervenga. Così l’allevatore, per sua stessa ammissione, invece di mettere le carcasse in una cella frigo per poi chiamare una ditta di smaltimento, in inverno ha continuato a gettarle nella fossa per tagliare i costi. Operazione che, ha spiegato a Giulia Innocenzi il professore Nicola Decaro, ordinario di Malattie infettive degli animali all’Università di Bari “può comportare l’inquinamento della falda acquifera”, oltre che la dispersione ambientale di eventuali patogeni.

LAV: “NON SI VERIFICANO LE CAUSE DEI DECESSI” – È l’altra faccia della medaglia rispetto ai maltrattamenti. “Negli allevamenti si accetta un certo tasso di mortalità, senza indagare su quali siano state le cause del decesso” spiega a ilfattoquotidiano.it il direttore generale di Lav, Roberto Bennati, constatando che – come spesso accade – nell’allevamento in questione “nessuno ha chiesto di fare delle autopsie, ma è stato disposto di inviare subito le carcasse (considerate rifiuti speciali, ndr) all’incenerimento, sottraendo così il corpo del reato”. In pratica, si eseguono i controlli sanitari funzionali all’attività produttiva intensiva, tralasciando la possibilità che quei decessi siano dovuti ai maltrattamenti, come avverrebbe in qualsiasi altro contesto. “E questo accade anche in un momento storico molto particolare, nel quale ci sarebbe bisogno di segnalare qualsiasi caso di mortalità sospetta” ha aggiunto Bennati. Che conclude: “I virus influenzali suini mutano nel tempo e possono essere soggetti a ricombinazioni genetiche anche con virus influenzali umani”. D’altro canto, lo ha ribadito anche il professore Decaro. Ad oggi, con l’emergenza Covid-19 in corso e la peste suina arrivata finanche in Europa “non è possibile smaltire neppure in maniera lecita le carcasse senza eseguire degli accertamenti”. A maggior ragione se vi è il sospetto di inquinamento di falda acquifera o se di quelle carcasse si sono cibati altri animali “che potrebbero fungere da amplificatori di diverse patologie”.

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