Ci sono voluti undici anni di battaglie e campagne di sensibilizzazione, oggi la Francia ha una legge per l’uso sociale dei beni confiscati alla mafia. Una conquista ispirata alla legislazione italiana e portata avanti dal basso con incredibile costanza da un piccolo gruppo di attivisti guidati dal ricercatore Fabrice Rizzoli. “Siamo stati dei pazzi”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Ma ci abbiamo creduto nonostante le difficoltà. È grazie all’Italia se abbiamo capito che l’uso sociale dei beni confiscati significa cambio di mentalità sul territorio. Significa più legalità, cittadinanza, diritti e lavoro. E finalmente siamo riusciti a convincere anche la Francia”. Se in Italia la svolta è arrivata nel 1996 grazie a un milione di firme raccolte da Libera e Don Ciotti, oltralpe il percorso è stato molto più lungo e accidentato: è iniziato nel 2009 con un sit-in davanti al Parlamento Ue di Bruxelles con la campagna Confiscopolis di Flare (l’allora proiezione di Libera in Europa) ed è passato per decine di convegni e piccole iniziative. “Quando mi invitano in televisione”, continua Rizzoli, “io porto con me i prodotti di Libera Terra per far capire cosa può nascere sulle terre dove prima c’era la mafia”. Ma non solo. Dal 2019 l’associazione Crim’HALT, di cui Rizzoli è presidente, grazie ai fondi europei del progetto Erasmus plus, porta in Italia 20 francesi (imprenditori del sociale, ma anche amministratori locali e giornalisti) per studiare l’esperienza italiana: il primo anno sono andati a Casal di Principe, sulle terre di Michele Zaza, per vedere da vicino l’esperienza del comitato Don Peppe Diana, e l’anno scorso nella valle del Marro in Calabria. “Con questa legge”, continua Rizzoli, “anche in Francia la casa del trafficante di droga potrà diventare un alloggio d’emergenza e l’appartamento del corrotto potrà essere messo a disposizione di una ong. La Francia così potrà ‘riparare’ i territori danneggiati dai criminali. E quando si ‘riparano’ i territori, si ‘riparano’ anche gli uomini e le donne che ci vivono“.

Dall’Italia alla Francia: come si è arrivati alla legge – L’Italia su questo fronte è un modello studiato in tutto il mondo. Nel 1982 la legge Rognoni-La Torre, approvata dopo l’assassinio del segretario del Pci in Sicilia Pio La Torre, ha introdotto il reato di associazione mafiosa e previsto come misure preventive il sequestro o la confisca dei beni. Ma è nel 1996 che, grazie alla campagna di Libera, si è arrivati alla legge sull’uso sociale dei beni confiscati, una legge (finora) unica in Europa e che quest’anno compie 25 anni con oltre 36mila immobili e 4mila aziende confiscate.

Chi da tempo ci osserva con attenzione è la Francia e, negli ultimi undici anni, sono stati fatti diversi tentativi per approvare una norma simile. Nel 2010 ad esempio è stata introdotta la confisca, ma prevede solo la vendita dei beni. Nel 2014 un input importante è arrivato grazie a una raccomandazione di Bruxelles: agli Stati membri Ue è stato chiesto infatti di “favorire lo sviluppo di progetti sociali nei beni confiscati”. Parole significative che hanno aiutato a smuovere le cose. Il 2016 sembrava l’anno buono, ma la legge approvata dall’assemblea nazionale all’unanimità è stata poi bloccata dalla Corte costituzionale per problemi di forma. Uno stop che ha costretto a ripartire da zero e allungato di nuovo i tempi, con il Covid che ha peggiorato ulteriormente la situazione. Finché a gennaio, le pressioni di Fabrice Rizzoli e Crim’HALT hanno dato un’accelerazione e la norma è stata inserita (articolo 4) nella legge che riforma il codice penale in materia di “giustizia di prossimità“. Così la legge, dopo aver avuto il via libera dell’Assemblée nationale, il primo aprile scorso ha ottenuto il sì del Senato.

La norma francese è un primo passo per la lotta alla mafia, ma “molto restrittiva” – “E’ un risultato straordinario, ma sul quale bisognerà lavorare ancora”, spiega Rizzoli che, oltre a essere presidente dell’associazione Crim’Halt, è anche un ricercatore esperto di criminalità organizzata. “E’ una legge molto restrittiva perché né la confisca né la destinazione sociale sono obbligatori. Spetterà poi all’Agenzia nazionale dei beni confiscati decidere se vendere l’immobile o metterlo a disposizione”. I beni immobili non potranno essere destinati né a istituzioni come i Comuni o le province, né alle cooperative. Chi potrà beneficiarne saranno esclusivamente le associazioni e le fondazioni. “Ma soprattutto”, continua, “non bisogna dimenticare che in Francia per avere la confisca serve una condanna penale definitiva“. Una strada diversa a quella dell’Italia, dove la confisca è una misura preventiva: il percorso è parallelo a quello delle indagini sui soggetti indiziati di appartenere ad organizzazioni mafiose e si basa soprattutto sulla sproporzione tra il reddito dichiarato e il reale tenore di vita di chi viene indagato. Ecco, proprio su questo Rizzoli dice che sarà necessario lavorare ancora: “Chiederemo che la confisca diventi obbligatoria e che sia prevista anche in casi di condanna civile e amministrative, proprio come in Italia”.

Alla base rimane la necessità di avere una legislazione antimafia che sia all’altezza della diffusione del fenomeno al di fuori dei confini italiani. “Per combattere la mafia anche in Francia“, continua Rizzoli, “serve l’introduzione del reato di associazione mafiosa, così finalmente si potrà dire che c’è la mafia anche sul nostro territorio”. La questione è delicata e molto discussa: nel codice penale francese esiste il reato di “association de malfaiteurs” (associazione a delinquere) e colpisce “un gruppo di persone che si forma per la preparazione di uno o più crimini o delitti puniti con almeno 5 anni di prigione“. Secondo gli investigatori, l’introduzione del reato di associazione mafiosa aiuterebbe nelle indagini, altri ribattono che sarebbe difficile dimostrare l’esistenza della “struttura”. Ma questo è solo uno dei punti deboli del sistema francese.

Ad esempio, aggiunge Rizzoli, “dobbiamo anche migliorare lo statuto di collaboratore di giustizia. Da noi non può essere protetto chi ha commesso un crimine di sangue”. Nel 2019 uno degli ultimi casi eclatanti: è stato condannato a 8 anni di prigione Claude Chossat per il coinvolgimento nell’omicidio di uno dei boss della Brise de Mer. E, nonostante collaborasse con gli investigatori da dieci anni e fosse da considerare un “pentito”, non ha avuto diritto ad alcuna protezione (né lui né la sua famiglia) e non ha avuto alcun sconto di pena. Il quadro insomma è chiaro: c’è ancora molto da fare in terra francese per riuscire a sensibilizzare le istituzioni e la società civile. Ma, proprio in questo senso, la legge sul recupero dei beni sociali può essere un primo e importante passo avanti. “Ora può nascere una rete di collaborazione transnazionale proprio dei beni confiscati in Europa”, è l’augurio di Rizzoli. “E questo può essere molto d’aiuto per chi cerca di sensibilizzare sul tema. Penso ad esempio a una terra come la Corsica, dove fare antimafia è difficile come da voi in Italia negli anni ’80“.

Il ministro francese della Giustizia all’Italia: “Grazie, il vostro esempio ci ispira” – Su questo fronte, qualche segnale di collaborazione tra la Francia e l’Italia c’è già stato. La settimana scorsa il ministro della Giustizia francese Eric Dupond-Moretti, in collegamento con l’omologa italiana Marta Cartabia, ha ringraziato ufficialmente il nostro Paese: l’Italia ha infatti consegnato alla Francia un immobile confiscato nell’ambito di un caso di mafia a Parigi e ha rinunciato alla vendita (e quindi all’incasso) a condizione che venga riutilizzato a fini sociali. Il governo francese ha deciso di destinarlo a un’associazione che aiuta e assiste le prostitute, L’Amical du Nid. E addirittura il ministro, su Twitter, ha scritto un messaggio rivolto proprio all’Italia: “Il vostro esempio ci ispira, grazie mille”.

E anche questo, chiude Rizzoli, è stato un passaggio importante, “nonostante sia stato fatto prima dell’approvazione della legge”: “D’ora in poi”, chiude, “sarà importante che nella decisione sulla destinazione dei beni confiscati sia coinvolta la società civile”. Perché il progetto sociale funzioni infatti, proprio come insegna il modello italiano, è necessario che siano coinvolte le associazioni impegnate sul territorio e a essere convinte dell’importanza del cambiamento di mentalità devono essere per prime le istituzioni. “Ora attendiamo il decreto di applicazione della legge, poi monitoreremo ancora. Il nostro impegno non finisce qui“. E detto da chi ha creduto per più di dieci anni alla legge che tutti spingevano in fondo all’agenda, suona molto più di una promessa.

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