L’ultimo saluto a Ziu Sarino era avvenuto in pieno lockdown, l’11 aprile del 2020. Le immagini del corteo funebre avevano fatto il giro del web. Una quarantina di persone che seguivano per le strade del centro città il carro funebre. Il corteo si era poi fermato davanti alla sala biliardi del figlio del defunto, Salvatore Sparacio, già condannato per associazione mafiosa, oggi arrestato di nuovo dall’operazione “Provinciale” della procura di Messina, guidata da Maurizio De Lucia, che ha portato all’arresto in carcere di 21 persone, mentre 10 sono finite ai domiciliari, più due obblighi di presentazione e il sequestro del bar Pino a Provinciale e della sala da giochi “Biliardi Sud”.

La sala di fronte alla quale si fermò in segno di rispetto il corteo era la stessa dove si tenevano veri e propri summit mafiosi. È qui che Sparacio, a capo del quartiere di Fondo Pugliatti, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, in pieno centro, incontrava Giovanni Lo Duca, uscito dal carcere dopo 13 anni passati in parte al 41 bis, tornato a capo del quartiere di Provinciale, uno dei più popolosi di Messina. Terzo punto nevralgico dell’operazione di oggi è il quartiere Maregrosso nel frontemare messinese, una delle zone più degradate della città, in mano, secondo gli inquirenti a Giovanni De Luca. Tutti quartieri che si susseguono in centro città, dal mare verso l’ingresso dell’autostrada. Non a caso i tre gruppi operano, secondo gli investigatori, in piena sinergia tra loro.

Tutti colpiti oggi dall’operazione congiunta di Carabinieri, Gico e Polizia, coordinati della Dda di Messina. Dalla quale è emerso il coinvolgimento del gruppo mafioso anche nelle elezioni comunali del 2018. Ai domiciliari sono finiti padre e figlio, Nino e Lino Summa. Quest’ultimo candidato al consiglio comunale nella lista del candidato sindaco per il centro sinistra, Antonio Saitta, noto esponente del Pd messinese. Padre e figlio, secondo le indagini della Dda, sono andati da Sparacio offrendo 10 mila euro in cambio di un pacchetto di voti. Sono stati in tutto 868, di questi 350 erano stati raccolti nei quartieri di riferimento del gruppo mafioso. Ma non hanno garantito l’elezione di Lino, 51 anni, già candidato alle elezioni precedenti con l’Udc, nel 2013, ma mai con successo.

A Provinciale, nel cuore dei tre quartieri centrali, era tornato a comandare Lo Duca, dopo 13 anni passati in carcere. A lui si rivolgeva una madre perché il figlio, tenuto ostaggio da un pregiudicato per punirlo delle sue offese su facebook, venisse liberato. E la mamma, disperata per il figlio minorenne, effettivamente otteneva la sua liberazione rivolgendosi a Lo Duca. Che faceva base al Bar Pino, oggi messo sotto sequestro, intestato alla sorella Anna Lo Duca, anche lei arrestata oggi.

Da qui Lo Duca esercitava un controllo capillare del territorio attraverso anche i suoi uomini di fiducia, Francesco Puleo e Vincenzo Gangemi, che per conto suo recuperavano crediti con modalità. Tra gli arrestati anche Maria Puleo che si occupava del sostentamento degli affiliati detenuti. Tra le attività illecite anche lo spaccio di droga, gestito dai tre gruppi sotto la supervisione di Lo Duca. La droga arrivava da Reggio Calabria, lì era pronto Emanuele Laganà per fare da “ponte” e rifornire il gruppo messinese. Nella sponda siciliana poi addetti allo spaccio erano Tyron De Francesco, Vincenzo Gangemi, Domenico Romano, Giuseppe Surace e Mario Orlando.

Lo spaccio, le estorsioni, ma anche il gioco d’azzardo. Ai Biliardi Sud, si consolidavano i rapporti con dirigenti maltesi di notissimi brand del gioco d’azzardo, tanto da spuntare provvigioni del ben il 40% sugli incassi delle scommesse. Che avvenivano attraverso personal computer collegati tramite la rete internet con piattaforme di scommesse on-line aventi sede all’estero, che permettevano di accedere a giochi illeciti, offerti al di fuori del circuito autorizzato dai Monopoli dello Stato.

Un altro settore di cui avevano il controllo era quello della sicurezza nei locali della movida. Avevano imposto i loro uomini, anche minacciando i clienti, costringendo i gestori dei locali a servirsi dei loro bodyguard. Per questo Giovanni De Luca era stato già coinvolto nell’operazione Flower nel 2019, a seguito della quale era diventato latitante. È stato scovato a novembre scorso, in una intercapedine nel muro in cartongesso dell’area bar del soggiorno della casa della menzionata di Elena Micalizzi che assieme alla sorella di De Luca, Gabriella, Serena Ieni e Antonino Soffli, sono chiamati a rispondere di procurata inosservanza di pena attuata al fine di consentire che si perpetuasse la latitanza di De Luca e fornendo a quest’ultimo supporto logistico ed assistenza materiale ed economica.

E sono in tutto 33 le persone accusate dalla Dda di Messina di associazione di tipo mafioso, estorsione, trasferimento fraudolento di valori, sequestro di persona, scambio elettorale politico-mafioso, lesioni aggravate, detenzione e porto illegale di armi, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante del metodo mafioso.

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