“L’aumento è continuo. Ogni settimana vediamo arrivare persone nuove. L’anno scorso abbiamo toccato le 6.200 presenze nei centri di ascolto, quasi tutti con una famiglia”. Lucia Foglino, coordinatrice dell’osservatorio povertà della Caritas di Genova, aveva visto qualcosa del genere solo dopo la grande crisi scatenata dal crac Lehman. “E ora torna a chiedere aiuto anche chi nel frattempo era uscito dal disagio trovando un lavoro. I casi più frequenti? Cassintegrati a cui il bonifico è arrivato tardi o non è arrivato proprio, percettori di reddito di cittadinanza che arrotondavano con lavoretti come baby sitting o aiuto domestico, lavoratori totalmente in nero – molto più numerosi di quel che ci aspettavamo – e badanti che hanno perso casa e lavoro. Insieme a loro famiglie che contavano sulla pensione di un anziano morto di Covid. Pochi i commercianti, forse grazie ai ristori o al fatto che partivano con le spalle più larghe”. Anche qui la tipologia di aiuto con il tempo è cambiata: prima i buoni spesa da usare nei supermercati, ora il pagamento di affitto, utenze, computer per la Dad, contributi Inps da lavoratore autonomo, spese mediche. E insieme alle necessità materiali “sono cresciuti molto i disagi relazionali, l’ansia, gli attacchi di panico. Numeri non ne abbiamo ancora ma l’impressione è che la pandemia abbia avuto un impatto pesante sulla salute mentale”, racconta Foglino. “Sono emerse o si sono aggravate le dipendenze dall’alcol e dal gioco”.

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