La Spagna è tra i quattro Paesi europei con maggiore indice di mortalità, lo attesta la triste classifica dell’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control), importante Agenzia dell’Ue. Gli oltre 75mila morti per Covid sono per la politica uno strumento in più per alimentare polemiche tra regioni o enfatizzare differenze etnografiche. Non è una novità che in certi ambienti catalani si tenda a fissare paletti tra ciò che è la Catalogna e ciò che rappresenta il resto del paese, con Madrid vista come l’epicentro di un conservatorismo passatista e Barcellona come luogo evoluto, proiettato verso il futuro e con uno sguardo aperto sull’Europa.

Anche in tempi di pandemia i catalani tengono a sottolineare “que son diferentes”, con il segretario della Sanità della Generalitat, la regione catalana, Josep Maria Argimon, che mette in risalto le falle sanitarie altrui senza vedere le proprie. La Comunidad di Madrid ha avuto un approccio più permissivo, fatto di restrizioni meno rigorose, linea criticata da Argimon che in una intervista a Radio Catalunya denuncia quel contegno lassista che, qualora applicato in Catalogna, avrebbe portato a contare 7000 morti in più. Ma nello stesso programma radiofonico altre parole pesano come un macigno, sono quelle pronunciate da Jaume Padrós, il presidente dell’Ordine dei medici di Barcellona, il quale arriva a sostenere testualmente che “il prezzo della vita a Madrid è più basso che in Catalogna, sul piano sociale e nel campo politico”.

Siamo oltre le fratture politiche, oltre l’identità regionale, qui si soffia sulla fiamma dell’etnicismo. Eppure la Catalogna non ha dato grande prova di sé lungo tutta la crisi epidemiologica, le terapie intensive sono state costantemente in affanno, dalla dichiarazione di pandemia si sono rilevati oltre mezzo milione di contagi, più di 21 mila decessi, con l’indice Rt in aumento nelle ultime settimane. E con una campagna immunitaria lentissima, solo il 6% della popolazione ha ad oggi ricevuto il pinchazo, la dose di vaccino.

I dati reali sono una cosa, l’esigenza di differenziarsi dal potere centrale un’altra. Ogni occasione è quella giusta per alzare un muro, per segnare un confine, nelle ultime ore mentre la Moncloa, cuore del potere esecutivo, ribadiva l’obbligo di indossare le mascherine all’aperto, la Generalitat criticava la misura sostenendo che con l’arrivo della primavera si potrà fare a meno della protezione in spiaggia.

In verità la Catalogna si chiusa in sé stessa, distanziandosi da Madrid ma anche dall’Europa. Da quando l’indipendentismo ha occupato il campo politico, le riunioni bilaterali del Governo con la Commissione europea sono andate sfumando, anche se pochi governi regionali, fino al primo decennio del nuovo millennio, hanno mantenuto rapporti tanto stretti con Bruxelles. Barcellona brillava di luce propria, oggi subisce le diffidenze delle cancellerie europee e delle istituzioni eurounitarie. Veri veti, secondo molti analisti, imposti dalle pressioni di Madrid. Vecchie fratture e nuovi risentimenti, e intanto nei palazzi europei le voci cantanti ora sono altre.

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