Secondo il Landmine Monitor 2020 sono stati registrati circa 5,554 incidenti da mine/ERW, più della metà dei quali provocati da mine improvvisate (2,949). I civili sono ancora la maggioranza delle persone coinvolte negli incidenti rappresentando l’80% del totale, e di questi circa la metà coinvolge bambini (43%).

La situazione relativa al 2020 mostra che 60 Stati e diverse altre aree sono contaminati da mine antipersona inclusi 33 Stati firmatari del Trattato per la messa al bando delle mine, 22 Stati non firmatari e cinque altre aree. Nel 2019 almeno 156 km² di terreno sono stati dichiarati liberi da mine e più di 123.000 mine antipersona sono state bonificate e distrutte. Nel 2019-2020 molti Stati hanno indicato miglioramenti all’accessibilità, nella qualità o nella quantità dei servizi per le vittime. Tuttavia, nel 2020 la pandemia ha aggravato il problema della scarsità di risorse per le attività di assistenza alle vittime in molti Paesi.

In Italia la storia della Valsella Meccanotecnica sintetizza la produzione di mine italiane dagli Settanta fino alla fine degli Novanta. Tra il 1970 e il 1983 l’azienda ha goduto di un periodo strepitoso da un punto di vista affaristico. Soltanto nel 1983 gli affari con l’Iraq vanno talmente a gonfie vele da far balzare il fatturato oltre la soglia dei 100 miliardi di lire. Successivamente con l’acquisizione da parte della Borletti, la Valsella Meccanotecnica entra nell’orbita del Gruppo Fiat. Dal 1993 in poi a seguito della mobilitazione dell’opinione pubblica e della messa al bando delle mine antiuomo, il tema della riconversione aziendale emerge con decisione. Nel settembre 1997 la Valsella Meccanotecnica viene messa in liquidazione.

Oggi nessuna azienda italiana produce più mine o bombe a grappolo. Nonostante questo enorme passo avanti, il Parlamento italiano dovrebbe sbloccare il ddl C 1813, “Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni a grappolo”. Per Giuseppe Schiavello, direttore della Onlus “Campagna Italiana Contro Le Mine”, appare abbastanza singolare che una proposta di legge arrivata alla firma del Presidente della Repubblica, il cui vulnus è stato sanato nel passaggio al Senato, oggi soffra così tanto a proseguire nel suo iter. La legge sarebbe un fiore all’occhiello della diplomazia italiana impegnata nel disarmo, una buona pratica da condividere e promuovere in Europa.

Sempre per Schiavello, “rispetto alla legge un argomento su cui si è dibattuto in questi anni – anche a livello internazionale – e che ogni tanto riemerge è che, qualche volta, le autorità di vigilanza, chiamate in causa dalla legge a stilare le liste delle aziende o realtà da escludere dal supporto finanziario, hanno sempre sollevato dubbi di competenza o capacità di individuare fonti adeguate per stilare le liste. Qualche volta adducendo problemi specifici di riservatezza che circondano il settore armiero”.

Secondo il rapporto Worldwide Investments in Cluster Munitions, esiste una responsabilità condivisa del 2018 che mostra 88 istituti finanziari di tutto il mondo i quali hanno investito 9 miliardi di dollari Usa in 7 società coinvolte nella produzione di munizioni a grappolo bandite dalla Convenzione di Oslo sottoscritta e ratificata dal nostro Paese. Parliamo della Avibras (Brasile), Bharat Dynamics Limited (India), China Aerospace Science and Industry (Cina), Hanwha (Corea del Sud), LigNex1 (Corea del Sud), Norinco (Cina), Poongsan (Corea del Sud). In totale 7 aziende di 4 paesi coinvolti nella produzione di munizioni a grappolo con cui si sono trovati collegamenti finanziari.

Insomma per Schiavello questa lista potrebbe essere un buon punto di partenza. La stessa potrebbe essere completata dalle autorità di vigilanza avvalendosi di service provider internazionali.

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