Per la seconda volta in 12 mesi l’India blocca le esportazioni di prodotti essenziali per la salute di noi europei, inclusi antibiotici per curare le polmoniti. Era successo il 3 marzo di un anno fa ed è accaduto ancora ieri. L’India mette “prima gli indiani”. Il più grande produttore di vaccini Covid al mondo (Serum Institute of India) li tiene per sé.

Ci si scandalizza in Europa per questa decisione che mostra quello che, da sempre, i Paesi a medio e basso reddito subiscono dall’Europa e dal mondo occidentale. Milioni di persone nei “Paesi del Terzo Mondo” non hanno accesso alle cure sanitarie, ai farmaci e ai vaccini disponibili nei Paesi industrializzati. Dieci milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni muoiono ogni anno a causa di malattie infettive, per le quali esistono cure nei Paesi sviluppati. Tre milioni di bambini muoiono ogni anno perché non sono stati vaccinati. Centocinquanta milioni di donne vorrebbero distanziare o limitare le loro gravidanze, ma non hanno accesso a metodi contraccettivi. La diffusione dell’epidemia non farà altro che aumentare il divario sanitario tra Paesi poveri e Paesi ricchi. Se non si adotta, per davvero, l’idea che ogni donna e uomo ha lo stesso identico diritto alla vita a Nuova Delhi e Freetown come a Roma.

Ci si stupisce e indigna che nessuno venga a salvarci?

Monta l’indignazione proprio quando, lo stesso giorno, ossia ieri, l’Europa fa la stessa cosa mettendo una stretta sull’export dei vaccini. Prima gli europei. Somiglia molto al “prima gli italiani”.

Una visione del mondo talmente miope che non può che avere come risultato la distruzione della vita e la morte a causa dell’incapacità di credere nei fondamentali diritti umani che regolano – dovrebbero regolare – l’esistenza di uomini e donne sulla terra.

Nelle mani delle sole multinazionali che hanno come valore il solo profitto non ci potrà essere nessuna possibilità di uscire da una pandemia che, per logica, deve essere affrontata considerando ogni Paese e ogni persona da immunizzare e proteggere. O ne usciamo tutte e tutti insieme o resteranno focolai sparsi che metteranno a rischio l’intero lavoro. Non basterà la chiusura delle frontiere.

Bastava ascoltare bene Bob Marley. Non servono a molto i master in Economia sanitaria senza una visione di pace del mondo “Until, the philosophy, Which old one race superior and another Inferior Is finally And permanently Discredited And abandoned Everywhere is War” (finché la filosofia nella quale c’è una razza superiore e un’altra inferiore è finalmente e permanentemente screditata e abbandonata ovunque è guerra”.

Non stupisce che la sola metafora usata da tutti per trattare la pandemia sia quella della guerra.

A causa dell’impossibilità di contemplare un’idea di vita dove i più deboli e gli emarginati dovrebbero venire prima degli altri, non solo per carità cristiana ma per la stessa possibilità di dare valore all’esistenza evitando ogni volta inutili guerre.

La totale mancanza della possibilità culturale dei governi di garantire il rispetto dei diritti umani dei più deboli, ben prima della Pandemia, mostra oggi uno scenario in cui l’Europa è debole e in grandissima difficoltà nel regolare una sindemia, ossia un fenomeno sanitario, sociale e psicologico per cui, senza alle spalle una chiara visione di società, non si può che “tamponare, cucire e ricucire” con il rischio che “la pezza sia peggio del buco”.

A parte gli ospedali che stanno dimostrando, da oltre un anno, di sapere curare proprio perché rimasti l’ultimo baluardo di un’idea della vita che mette – quasi sempre – al primo posto la stessa vita senza guardare al Pil e ad altre categorie meno importanti per il diritto alla vita, per il resto è rincorsa e attesa che arrivi la bella stagione.

Non è mai troppo tardi per trasformare una visione del mondo che rincorre ricchezza in una in cui gli ultimi sono i primi. Perché solo così saremo tutti donne e uomini uguali e degni di essere esseri umani. Quindi degni, anche per le multinazionali del farmaco, di essere curati. Non è possibile lasciare la politica sanitaria nelle mani del mercato.

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