“Un kit di strumenti per i lavoratori del sesso” è stato costruito alcuni giorni fa dall’università di Leicester per fornire supporto e tutele agli studenti che si guadagnano da vivere con il lavoro sessuale. Il “Sex Work Toolkit” è ideato per fornire: 1) un quadro generale del lavoro sessuale degli studenti nel Regno Unito; 2) informazioni legali sull’industria del sesso; 3) supporto e risorse per gli studenti-lavoratori del sesso; 4) servizi di supporto locali e nazionali.

L’obiettivo prioritario dell’iniziativa è la realizzazione di “un contesto inclusivo di apprendimento, lavoro e ricerca caratterizzato da rispetto e dignità, nonché libero da molestie, bullismo, abusi e discriminazioni […] Questo include gli studenti che guadagnano attraverso il lavoro sessuale”. Come a dire, alla base di tutto c’è il diritto allo studio.

L’università, infatti, ci tiene a non essere confusa per un ente normalizzatore dello sfruttamento sessuale, specificando che “qualora l’atto sessuale non fosse consensuale, non solo non sarebbe legale, ma non potrebbe nemmeno classificarsi come lavoro sessuale”. Il consenso, dunque, è l’elemento dirimente: se c’è consenso non c’è sfruttamento. Stop.

Sopraffatti dal desiderio di rendere effettivo il diritto allo studio, gli ideatori del Toolkit non si sono posti il problema della costruzione del consenso, limitandosi a circoscriverlo dentro un ambito ristretto e formale, senza prendere minimamente in considerazione tutte quelle dinamiche socio-economiche che forzano i soggetti a vendere il corpo e l’intimità nel mercato del sesso. Eppure, quasi en passant, in un documento di accompagnamento del Toolkit si segnala come “l’aumento del costo della vita e delle tasse universitarie stiano portando a un incremento del numero di studenti che lavorano nell’industria del sesso”.

Non solo: l’università tralascia completamente di considerare la violenza strutturale del mercato del sesso, sia a livello nazionale che internazionale. Come affermano molti studi, l’industria del sesso è il regno dello stupro: il 73% delle “sex workers” risultano violentate e il 59% di queste più di cinque volte. In una ricerca condotta in cinque paesi, la violenza fisica emerge come elemento diffuso e permanente nel mercato del sesso: “I tassi e la frequenza della violenza sono estremamente alti, con danni fisici (quasi l’80%), aggressioni sessuali (oltre il 60%), …etc”.

Questo non vuol dire che ogni studente sperimenterà esattamente lo stesso tipo di trattamento fisico, ma colpisce il fatto che l’università di Leicester abbia totalmente ignorato questi rischi. In realtà, assai subdolamente, è giunta perfino a minimizzarli e, nel contempo, a cercare di superare eventuali obiezioni affermando che “il lavoro sessuale può includere attività di escort, webcam, spogliarello, intrattenimento per adulti, sesso telefonico o altri servizi” (cioè qualsiasi cosa abbia a che fare con il “sesso”). Non a caso, infatti, qualche rigo dopo, nel Toolkit si sottolineano esplicitamente i presunti benefici del commercio del sesso studentesco, tra cui gli “orari di lavoro flessibili” o il “piacere anticipato” che si potrebbe trarre.

Prostituzione in cambio dell’ascesa sociale, sfruttamento intimo e molecolare per ottenere la laurea o il dottorato. Questo è quanto offre l’accademia neoliberale agli studenti poveri nella crisi sindemica in corso. Ma sia chiaro: una prostituzione regolare, educata e con tanto di tutele per evitare le discriminazioni.

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