Carissimi, carissimi tutti, inizierò questo pezzo con le parole (sante parole, sane parole, parole sanificate) del mio amico poeta Giuseppe Salvatore:

O vaccino o declino. Che si sappia. E per declino parlo di specie, a cascata tutto il resto. Non è un problema di opinione o culturale, la Natura non fa prigionieri né firma armistizi a prescindere. Premia i migliori
Ha passo di guerra
Ma a primavera
genera fiori.

Poi aggiunge che “ogni capa è tribunale” del principe de Curtis, in arte Totò. E ci mancherebbe, ponetevi tutte le domande che volete, ma datevi anche le risposte giuste, almeno provateci.

La vera perplessità riguarda la distribuzione equa dei vaccini e il loro monopolio da parte delle case farmaceutiche, e sono state dette bellissime parole a riguardo da una donna: l’europarlamentare francese Manon Aubry. Un discorso tosto, di quelli che restano appiccicati alla memoria.

Detto questo, se per dittatura sanitaria si intende che dobbiamo vaccinarci tutti per uscire dal terreno paludoso della pandemia, che dobbiamo farci iniettare un vaccino per tornare a veder un film sul grande schermo del cinema, o per tornare ad applaudire un attore sulla nuda scena di un teatro, se si intende che dobbiamo subire un ago per tornare a vivere senza coprifuoco, e così liberarci dalla “sindrome di Cenerentola”, se si intende che dobbiamo avere fiducia, anzi fede, nella scienza medica, in modo da liberarci da queste catene casalinghe che ci costringono alla saggezza pascaliana che ci ammoniva così: “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene in pace, in una camera”, beh, con tutto il rispetto per Pascal, baratto anche un solo attimo di infelicità nella vita fluente en plein air contro tutta questa serenità che ormai mi è insopportabile e che finisco per mettere sotto il tappeto di casa, come la polvere. Uscire di casa, liberamente. Fare tardi. Sbronzarsi di normalità.

Tutto questo non è più utopia, l’umanità è drogata di normalità, ha bisogno delle sue dosi di vaccino, e tutto questo è possibile, la luce del famoso tunnel è vicina, e fuori c’è il bancone di un bar dove possiamo dire con infinita estasi: “Agostino, il solito!” (Agostino è il mio amico barista). L’estasi minimale di un caffè sorseggiato in libertà, altro che allucinazioni mistico-religiose alla Teresa d’Avila! Un minimo di fiducia negli altri ci vuole per vivere serenamente, se prendo un aereo sono costretto a fidarmi delle competenze del pilota, se devo essere operato sono costretto a fidarmi delle competenze del chirurgo, in caso contrario vivrei malissimo, dovrei farmi tutto da solo, operarmi da solo, e io da solo non so fare nulla, quasi nulla, diciamo che sono molto bravo a darmi piacere erotico da solo, ma non di più.

Chi vi parla di “dittatura sanitaria” vuole surrettiziamente farvi credere che il programma di Draghi di vaccinazione sia un programma di sterminio. Non credete agli idioti che vogliono farvi credere questo, sono ragionamenti fraudolenti! C’è un incendio e c’è bisogno di ognuno di noi per spegnerlo. Dopo il vaccino forse avrete per due giorni il mal di testa, forse. Che dite? Un mal di testa vale una pandemia?

Avete presente Vercingetorige, Quinto Sertorio, Pietro Micca, Carlo Pisacane, Nelson Mandela? Tutta gente con le palle, con gli attributi. Avete presente i pioneri dello spazio cosmico e di quello interiore? Tutta gente coraggiosa che si tuffa nel mistero e nell’ignoto. Avete presente un minatore? Avete presente una madre che partorisce? E un bambino che gioca agli indiani? E quelli che danno da mangiare ai coccodrilli? Avete presente che forza ci vuole e che coraggio ad alzare le palpebre al mattino? Sipario su vertigini di luce divorante.

Avete presente i complottisti che minimizzavano la pandemia a mera influenza o poco più? Ecco, adesso questi cuor di leone, questi spiriti indomiti, questi vigliacchi, e diciamolo con franchezza, queste gracili comparse dell’Essere, se prima minimizzavano ora ingigantiscono, ebeti fifoni, una iniezione di un vaccino come se fosse l’iniezione mortale. Torniamo ad amarci sulle panchine, senza mascherine. Torniamo a vivere.

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