di Luca Graziani

Il cinema per bambini piange l’ennesima vittima della cosiddetta “cancel culture”. Una damnatio memoriae che non risparmia neanche il mondo dei cartoni animati, passati al setaccio per i loro echi razzisti.

Già la Disney aveva messo alla porta alcuni dei suoi titoli più celebri, Dumbo, Peter Pan, Gli Aristogatti. Classici, vere e proprie pietre miliari dell’animazione, banditi dalla sezione under 7 della piattaforma streaming e ricollocati nello spazio dedicato agli adulti con tanto di disclaimer a motivare la scelta: “Include rappresentazioni negative e/o denigra popolazioni o culture… si vuole riconoscere l’impatto dannoso così da stimolare il dibattito”. L’elefantino dalle grandi orecchie viene incriminato per la scena con “Jim Crow”, la canzone dei corvi è un insulto alla memoria degli schiavi afroamericani. Il bambino che non voleva crescere, invece, finisce sotto esame per l’appellativo “pellirosse” rivolto alla tribù di nativi Giglio Tigrato. La simpatica congrega degli Aristogatti scivola sui lineamenti stereotipati e sul forte accento asiatico del batterista siamese Shun Gon.

Oggi nel mirino finiscono i Looney Tunes, e non si tratta del sano politically correct che tempo fa disarmò Elmer, il cacciatore che insegue Bugs Bunny (lì HBO presa la sacrosanta decisione di dire stop a fucili e pistole). Riscritture e complessi ridimensionamenti hanno lasciato il passo alla ben più pratica cancellazione dei personaggi.

Space Jam, il grande successo live action del ‘96 che affiancava Michael Jordan ai protagonisti dei cartoni, ha un sequel in lavorazione ormai da mesi, ma solo ora la produzione rende nota la sua decisione di eliminare uno dei Tunes dal cast. È il Pepé Le Pew creato da Chuck Jones. La puzzola francese che nei cartoon è sempre impegnata a infastidire la povera Penelope Kitty, non sarà più nel film. La condanna arriva anche dalle colonne del New York Times, un discusso editoriale accusa la moffetta di aver “normalizzato la cultura dello stupro”.

Basta però un’occhiata alla sceneggiatura della sequenza esclusa per capire che certe ‘cancellazioni’ sono utili quanto un’arma spuntata. In un’atmosfera da Casablanca, Pepé barista corteggia insistentemente una donna seduta al bancone (Greice Santo). La risposta alle invadenti avance è il classico drink in faccia accompagnato da uno schiaffone tanto forte da farlo volteggiare sulla sedia, fermata poi dal possente LeBron James. La puzzola molestatrice a quel punto vuota il sacco, la gattina Penelope ha fatto emettere un ordine restrittivo nei suoi confronti. Il messaggio è chiaro: una condanna a ogni forma di sex assault. Ma allora perché disconoscerlo? Su questa linea si schiera la stessa Santo, in passato vittima e ora attivista, che si è detta molto delusa della scelta. Pare abbia addirittura offerto centomila dollari agli studios per avere una copia della scena incriminata.

“Cancellare” per proteggere i più piccoli dai vecchi e detestabili stereotipi. È la scuola di pensiero che va per la maggiore negli States. Ha incassato grandi consensi prima nel movimento MeToo che si batte contro le violenze sessuali e poi tra gli attivisti del Black Lives Matter, ma anche le critiche non sono poche, e spirano pure da sinistra. Intanto si continua a nascondere la polvere sotto al tappeto. Mentre il doppiatore di Speedy Gonzales con una battuta su Twitter esprime preoccupazione per le sorti del topo più veloce del Messico, il regista Malcolm D. Lee elabora il restyling del personaggio di Lola Bunny. Via gli shorts attillati e addio anche al tipico top per un look tutto nuovo, leggings sotto i pantaloncini larghi e canotta lunga a coprire il vitino.

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