Non è vero che i sogni sono eterei, impalpabili. Perché per cinquant’anni i desideri dei ragazzini di mezza Europa hanno avuto la consistenza fragile della plastica e i colori accesi delle vernici acriliche. Allora gli eroi erano alti appena qualche centimetro. Abitavano in scatole verdi, avevano tutti la stessa maglia lisa e la stessa faccia dai contorni solo accennati. Eppure confonderli era impossibile. Perché per vederli prendere vita non era necessario chiudere gli occhi. Se ne stavano uno accanto all’altro. Maradona, Pelé, Best, Cruyff, Platini, Cantona, Van Basten, Roberto Baggio, Falcao. Si sfidavano nello stesso salotto. Anzi, sullo stesso tavolo. Tutti mossi dalla punta di un dito, tutti spinti in avanti dalla fantasia. E a vincere, alla fine, non era quasi mai il più forte. Su quel panno verde le emozioni dribblavano la razionalità, le speranze soverchiavano la realtà. Ecco allora che la periferia diventava centro, che le piccole facevano indigestione di coppe e di scudetti, che le rimonte impossibili diventavano consuetudine.

Niente ha influenzato l’estetica del calcio più del Subbuteo. Un gioco che non è mai stato solo un surrogato del pallone, la sua simulazione casalinga. Al contrario, è stato la sua sublimazione, il suo strumento di apprendimento. Tutto ruotava intorno a quel pezzo di stoffa che riproduceva un campo da calcio in scala 1 a 100. La maggior parte dei ragazzini lottava per stenderlo sul pavimento della propria cameretta in modo da evitare rigonfiamenti. Qualcuno lo appuntava a una tavola di compensato per non gualcirlo. I più abbienti potevano addirittura colpire il pallone affacciandosi da uno stadio in miniatura. Ma al momento di mettere a posto avevano tutti gli stessi sintomi: ginocchia arrossate per lo sfregamento, schiene indolenzite per la posizione allungata.

Nel Subbuteo il divertimento era un concetto relativo, spesso direttamente proporzionale al risultato finale. Perché la vera cifra del calcio in punta di dito era il confronto. Basculando sulle proprie basi quegli omini hanno ridefinito il concetto di agonismo da salotto, hanno reso possibile la definizione di sé tramite il paragone con un avversario che poi era quasi sempre un amico o un familiare (quando non si decideva di giocare da soli e manovrare a turno entrambe le squadre). Ma correre dietro a quelle figurine di plastica significava (in)seguire una didattica molto particolare. Prima che un telefono contenesse al suo interno tutte le risposte alle nostre domande, la conoscenza era legata indissolubilmente alla ricerca. Così migliaia di mani avevano iniziato a sfogliare l’atlante per capire di preciso dove si trovava una delle squadre indicate sulla confezione. Perché il bello del Subbuteo era anche questo, l’equivalenza. Un omino con la maglia nerazzurra poteva giocare per l’Inter, per l’Atalanta, per il Pisa. I miracoli della bassa risoluzione facevano in modo che una miniatura rossonera potesse essere il milanista Baresi o il foggiano Codispoti. Anche a distanza di una manciata di minuti.

La storia inizia nel 1946, nel retro di una casa del Kent. È lì che un tifoso del Queens Park Rangers prova a dare forma alla sua idea. Si chiama Peter Adolph e le descrizioni che raccontano la sua personalità sembrano quelle usate per ritrarre H. P. Lovecraft, il solitario di Providence. Peter è riservato, introverso, schivo. Anche perché la sua infanzia non è stata esattamente semplice. Nasce a Brighton nel 1916. A nemmeno 14 anni perde il padre. Non ha fratelli, quindi spetta a lui prendersi cura della madre. Un compito che assolve fino a quando non scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Adolph è terrorizzato dall’idea di volare. E viene chiamato a prestare servizio in aviazione. Solo che al posto della cloche di un aereo gli viene affidato il carrello del magazzino. Finita la guerra Peter si trasferisce nella casa di sua madre. E trova lavoro nella pubblica amministrazione.

La sua vita non prevede eccessi. Eppure riesce a intercettare quel sentimento che si stava gonfiando lungo le strade di tutta Europa, un continente ferito dalla guerra che voleva voltare pagina, con la gente che lottava per riempire di leggerezza il proprio tempo libero dopo una grandinata di tristezza. La madre assiste Peter nella genesi di quello che sarà un fenomeno collettivo. La svolta arriva nel 1947, con l’aiuto involontario di un funzionario dell’ufficio marchio e brevetti. Adolph fa domanda per registrare il suo calcio da tavolo con il nome “Hobby”, solo che si sente rispondere che il nome richiesto è troppo generico. Serve un’altra idea. Così Peter decide di attingere dalla sua grande passione: l’ornitologia. La sua mente corre all’hobby hawk, il falco lodaiolo. Il suo nome scientifico è Subbuteo.

È un colpo di genio che darà vita a uno dei marchi più famosi dei giocattoli del vecchio millennio. La prima pubblicità in televisione arriva quasi vent’anni dopo. Si giocano i Mondiali del 1966. E per Venditti la Regina d’Inghilterra era Pelé. Poco prima del fischio di inizio il Subbuteo decide di commercializzare tutte e 16 le squadre che prendono parte al torneo. Più una versione in miniatura della Coppa Rimet. È un successo clamoroso. Il Subbuteo non è più un gioco, diventa una fenomeno pop, un’icona continentale. Anche gli allenatori iniziano a utilizzare il panno verde per far capire gli schemi ai propri giocatori. E l’aneddotica cammina in bilico fra la leggenda e la realtà.

Ian St John, ex calciatore del Liverpool, racconta che quando Bill Shankly doveva affrontare il Manchester United utilizzava il Subbuteo per motivare i suoi. L’allenatore schierava in campo gli avversari, poi prendeva in mano un omino alla volta e, dopo esserselo messo in tasca, diceva: “Questo non sa giocare”. Andava avanti per otto undicesimi. Fino a quando sul campo non restavano solo Best, Law e Charlton. “Se 11 giocatori del Liverpool non sono in grado di battere tre avversari – tuonava – allora non sono degni di indossare la maglia dei Reds”. Ma non finisce qui. “Si racconta – scrive Daniel Tatarsky in Subbute, Storia illustrata della nostalgia – che una volta un ragazzo consegnò la colazione a Sven Goran Eriksson quando era alla Lazio e trovò il futuro allenatore dell’Inghilterra a letto con una tavola coperta da omini del Subbuteo sulle gambe”. Nelle camerette degli adolescenti i poster delle rockstar vengono rimpiazzati con la gigantografia che riproduce tutte le squadre disponibili. Tutti vogliono avere il Brasile, certo. Ma anche qualche club sconosciuto dal nome esotico. È l’inizio del collezionismo più sfrenato, che qualche anno dopo verrà raccontato dalla canzone “All I Want for Christmas is a Dukla Prague Away Kit”, degli Half Man Half Biscuit.

Da noi la mania del Subbuteo arriva qualche anno dopo. Nel 1972 il Corriere della Sera inserisce il calcio in punta di dito fra i regali più desiderati dai ragazzi. Una scatola base costa 5mila lire. Quella deluxe quasi sei volte tanto. A moltiplicarsi non è solo il numero delle squadre. Anche gli accessori iniziano a crescere esponenzialmente. Si può comprare di tutto. Panchine, calciatori in tuta che si scaldano a bordo campo, torre della televisione, palco della famiglia reale, polizia a cavallo, tribune, tifosi, tabellone segnapunti, riflettori per giocare in notturna, numeri adesivi da appiccicare sulle spalle degli omini, coppe internazionali in miniatura. Il Subbuteo diventa un universo parallelo al calcio, un mondo in cui perdersi, una passione condivisa. Il numero dei club dove si gioca il calcio da tavolo di moltiplica settimana dopo settimana. E si organizzano addirittura campionati Europei e Mondiali.

Nel 1990 il ristorante Picar del Luneur, a Roma, organizza la Coppa del Mondo di Subbuteo. Il calcio d’inizio lo dà Trevor Francis. Gli azzurri arrivano terzi. Sarà un incredibile spoiler di quello che succederà qualche settimana dopo, durate Italia ’90. Il calcio in punta di dito continua a crescere, ma sempre più lentamente. Il fischio finale arriva a inizio millennio. La Hasbro, che aveva comprato i diritti, fa sapere che gli invenduti cominciano ad accumularsi sugli scaffali dei negozi. Produrre il Subbuteo non conviene più. I videogiochi hanno costruito la loro realtà parallela. E hanno vinto. Per il calcio da tavolo arriva il fischio finale. Le scatole vengono ritirate, finiscono a prendere polvere in qualche magazzino. Le versioni superstiti diventano roba da collezionisti, giochi giurassici in un’era dominata da passatempi più immediati. Ma la passione per il Subbuteo non svanisce affatto. Maradona, Pelé, Best, Cruyff, Platini, Cantona, Van Basten, Roberto Baggio, Falcao continuano a sfidarsi nei salotti degli appassionati. Solo che a farli basculare sono ragazzoni con meno centimetri di capelli e più adipe. Il gusto, però, è rimasto lo stesso.

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