Nicola Zingaretti si dimette da segretario del Pd e Beppe Grillo si candida a suo sostituto. Una provocazione, certo, quella dell’ex comico, ma che (come tutte le provocazioni) nasconde qualcosa che non si ha la forza o la voglia di palesare.

Grillo ha accettato e (di conseguenza) fatto accettare alla gran parte degli esponenti del Movimento 5 stelle il governo Draghi, facendo digerire dei rospi oggettivamente indigeribili, su tutti il governo con Forza Italia. Anche Zingaretti si è rimangiato (o è stato costretto a farlo) il motto “o Conte o voto”, aderendo al governo Draghi, dove sono rappresentate tutte le correnti del PD tranne la sua. Ecco, secondo me, Zingaretti che lascia e Grillo che provoca, autocandidandosi a ricoprire il posto libero, sono la manifestazione di una mutazione politico-genetica.

Prima di Draghi c’era l’alleanza Movimento 5 stelle-Pd, un’alleanza di governo che, con Conte premier, aveva tutto quello che serviva per affrontare con una qualche speranza di successo le prossime elezioni politiche e cercare, così, di arginare lo strapotere delle destre tutte. Con il governo Draghi e con tutti i compromessi che quel governo ha imposto alle forze politiche che ne fanno parte, eccezion fatta per Forza Italia, si è generato una mutazione anomala e forzata verso posizioni che non erano proprie di queste forze politiche, ma che lo sono diventate per contingenze sanitarie e sociali, dunque di salvezza nazionale. Adesso non resta ad alcune di quelle forze (PD e M5S) che fare di necessità virtù, creando (se non sulla carta) nei fatti una sorta di mostro politico bicefalo, che dovrebbe raccogliere quella che con un certo ottimismo e con altrettanta fantasia potremmo definire la nuova sinistra moderna, rassicurante, moderata ed europeista.

Prima del governo Draghi c’era il Pd di Zingaretti e il Movimento 5 stelle governativo e istituzionalizzato che, pur lontano dai tempi eroici di Di Battista & co., non era, però, un partito come gli altri. Adesso che il Movimento 5 stelle è un partito di sistema, tant’è che strizza l’occhio a Conte come suo leader, il Pd cambia pelle e accetta in toto questa nuova alleanza, che diventa qualcosa di più, diventa una vera simbiosi nel nome di Draghi e della salvezza politica ed economica del nostro paese.

Insomma, a dispetto di chi canta alla sconfitta della politica, è tornata in campo la balena, che non è più bianca come la Democrazia Cristiana di un tempo, ma è giallo-rossa, dove sia il giallo sia il rosso sono molto stinti, a tratti indistinguibili. Zingaretti se ne è andato perché (io credo) non ha accettato tutto questo, non ha voluto traghettare il “suo” Pd, un partito che era comunque riuscito minimamente a risollevare dopo il disastro renziano, e pur lontanamente di sinistra, verso la fondazione di un mostro politico attraverso la presunta rifondazione draghiana (mi si passi il termine), alla quale le forze politiche che più hanno dovuto giustificare la partecipazione al governo Draghi, sono state costrette a subire.

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