di Jakub Stanislaw Golebiewski

In questi ultimi giorni da Trento, Biella, Torino, Milano, Genova, Roma, Albenga, Potenza, gruppi di uomini sono scesi nelle strade indossando mascherine e scarpe rosse contro la violenza maschile sulle donne e da uomo e papà di due figlie femmine, non posso fare altro che ringraziarli pubblicamente. Tutto è nato dal tweet della giornalista Milena Gabanelli che giorni fa ha scritto: “Ne ammazzano una al giorno ma io vedo solo donne manifestare, protestare, gridare aiuto. Non ho visto una sola iniziativa organizzata dagli uomini, contro gli uomini che uccidono le loro mogli o fidanzate. Dove siete? Non è cosa da maschi proteggere le donne?”

Forse è stata questa la molla che ha fatto partire la marcia degli uomini con iniziative spontanee e non organizzate o forse sono finalmente il segnale che anche tra gli uomini, anche quelli che non sono stati finora impegnati in gruppi di autocoscienza o di critica alla dominante cultura sessista, sta nascendo l’esigenza di dire no alle violenze che le donne vivono ogni giorno. Non si tratta solo della violenza che si consuma tra le pareti di casa, ma anche delle violenze simboliche, economiche, delle molestie sessuali sul lavoro e dell’odio sui social che ci dà la misura di quanto la misoginia sia una sottocultura diffusa, che legittima in modo assurdo aggressioni contro le donne per il solo fatto di essere donne. Siamo capaci di rendere le donne insicure nelle case, nelle strade e anche sul web, e non ne abbiamo alcun diritto. Dovremmo iniziare a vergognarci. Nei mesi del lockdown la violenza maschile ha colpito più duramente e si è esacerbata nelle strade, nelle case e ora si è radicata sui social.

L’ultimo report dell’Istat rivela che, se nel 2004 le donne erano uccise in percentuale equivalente da sconosciuti e familiari, negli ultimi anni sono state uccise soprattutto in famiglia. Gli omicidi calano costantemente ma non i femminicidi, che restano costanti nel tempo e rappresentano lo zoccolo duro della violenza estrema, togliere una vita, disintegrarla. Nel primo semestre 2020, i femminicidi sono stati il 45% del totale degli omicidi contro il 35% dei primi mesi del 2019. Certamente non sono tutti violenti con le partner, ma giocano la loro parte gli odiatori che sui social ogni giorno si autorizzano a scagliare ingiurie sessiste contro le donne per denigrarle o che arrivano a minacciarle di stupro perché non tollerano il protagonismo femminile. Leoni da tastiera che sentono di acquistare valore se sminuiscono una donna.

La scorsa settimana “Presa diretta” su Rai3 ci ha mostrato uno spaccato inquietante della società italiana e della rabbia crescente che prende di mira per prime le donne, e poi ebrei, immigrati, omosessuali, disabili.

L’osservatorio Vox ha mappato la misoginia ed ha rilevato che i tweet contro le donne rappresentano il 49,91% dei tweet negativi. Un odio che nei mesi più duri del lockdown è salito, sia sui social che nelle case, perché tra marzo e giugno dello scorso anno i femminicidi sono triplicati. Tra gli odiatori ci sono naturalmente anche molte donne che condividono la stessa sottocultura misogina, anche se si rivolge contro loro stesse. Ma questo non lo fanno forse anche gli uomini? Sappiamo da tempo che il patriarcato e gli stereotipi e i pregiudizi sessisti su cui si fonda la sua struttura ha delle ricadute negative anche sul genere maschile, ma evidentemente i privilegi compensano gli svantaggi e la violenza che gli stessi uomini subiscono soprattutto da parte di altri uomini, non ha la pervasività e la frequenza della violenza subita dalle donne.

Le parole lasciate in eredità da Mahatma Gandhi sono il nocciolo della questione: “Per coraggio di abnegazione la donna è sempre superiore all’uomo, così come credo che l’uomo lo sia rispetto alla donna per coraggio nelle azioni brutali”. Esiste un lato oscuro degli uomini che solo gli uomini possono illuminare, non possiamo pensare che lo facciano sempre le donne. Un anno fa con la mia associazione “Padri in Movimento” e altre realtà associative, stavo organizzando un flash mob a Roma contro il femminicidio, ma le misure restrittive imposte dal lockdown mi hanno fatto rinviare l’iniziativa.

Ora bisogna ripartire con serietà, è davvero venuto il momento di una presa di posizione pubblica contro la cultura (o meglio dittatura) del dominio maschile, senza retorica o luoghi comuni, perché le donne sono soggetti forti e non hanno bisogno di cavalieri o difensori. Gli uomini però non possono esimersi dalla responsabilità di essere parte attiva di un cambiamento che porti alla costruzione di una società equa, non violenta, non fondata sul dominio maschile e, soprattutto, non fondata sulla subalternità delle donne.

Oggigiorno non basta più affermare “non sono un violento”, serve dimostrarlo con i fatti, in gioco c’è la rinuncia al potere e al dominio maschile così come è stato concepito fino ad oggi o mai nulla cambierà. Siamo disposti a cedere una fetta di questo tossico dominio maschile? È una grande sfida con noi stessi, una prova di coraggio che richiede di fare un passo indietro, decelerare per il bene di tutti, soprattutto delle generazioni future. Saremo in grado di coglierla?

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