Con la pandemia e l’impatto economico del lockdown la povertà assoluta è tornata a crescere. Toccando il record dal 2005. Le stime preliminari Istat sul 2020 indicano valori in aumento sia tra le famiglie, con oltre 2 milioni di nuclei coinvolti, sia tra i singoli individui: sono 5,6 milioni, 1 milione in più rispetto al 2019. Il 9,4% della popolazione, contro il 7,7% dell’anno prima. L’incremento ha riguardato soprattutto il Nord Italia, dove vivono ben 720mila “nuovi poveri” contro i 185mila in più del Sud, e i centri delle aree metropolitane. Le più penalizzate sono le famiglie numerose: per quelle con almeno cinque componenti l’incidenza è aumentata di oltre quattro punti salendo al 20,7%. Tra le famiglie composte anche da stranieri la quota sale al 25,7%, più di una ogni quattro, anche se l’80% dei 335mila nuclei precipitati sotto la soglia di povertà è composto solo da italiani.

Non solo: per effetto della crisi Covid, che ha fatto esplodere la cassa integrazione, ad essere particolarmente colpiti sono stati i nuclei in cui la persona di riferimento è nel pieno della vita lavorativa, tra i 35 e i 44 anni. Ben 227mila famiglie con almeno un occupato si sono ritrovate indigenti. Oltre la metà ha come persona di riferimento un operaio o assimilato (l’incidenza passa dal 10,2 al 13,3%), oltre un quinto un lavoratore in proprio (dal 5,2% al 7,6%). A cascata, questo si riflette sui loro figli: anche i bambini e ragazzi sotto i 18 anni in povertà assoluta sono aumentati in maniera drammatica toccando quota 1,3 milioni, 209mila in più rispetto all’anno prima. In generale sono gli under 35 i più a rischio.

Il balzo della povertà è stato solo in parte – e soprattutto nell’intensità, non nel numero delle persone coinvolte – limitato dal reddito di cittadinanza e dal Rem, il reddito di emergenza introdotto a maggio. Il rdc, infatti, prevede molti paletti che escludono le famiglie extracomunitarie residenti in Italia da meno di 10 anni e penalizzano tutte quelle con molti figli e i residenti al Nord, perché a differenza delle soglie di povertà (differenziate per area geografica) i requisiti per poter accedere al beneficio sono gli stessi in tutta Italia. Non a caso il peggioramento è stato più marcato al Nord, che conta 218mila famiglie in più in condizioni di indigenza su 335mila totali. Il Mezzogiorno resta comunque l’area dove la povertà assoluta è più elevata: coinvolge il 9,3% delle famiglie contro il 5,5% del Centro e il 7,6% del Nord.

Nell’anno della pandemia si sono azzerati i miglioramenti che avevano caratterizzato il 2019, primo anno di introduzione del sussidio voluto dal Movimento 5 stelle, quando dopo 4 anni consecutivi di aumento si erano ridotti in misura significativa il numero e la quota di famiglie (e di individui) in povertà assoluta. Pur rimanendo su valori molto superiori a quelli precedenti la crisi del 2008. La povertà assoluta, va ricordato, è la condizione di chi ha introiti che si collocano al di sotto della soglia identificata dall’Istat attraverso un paniere di beni e servizi considerati essenziali e che consente spese minime per un vita dignitosa. Le soglie di povertà assoluta sono differenziate, oltre che per composizione familiare, anche per localizzazione e ampiezza del Comune di residenza. Per esempio una coppia con figli sotto i 10 anni che viva nella periferia di un’area metropolitana del Nord è povera in senso assoluto se può contare su meno di 1.610 euro al mese, mentre secondo l’istituto di statistica la soglia di povertà per una famiglia con la stessa composizione che abiti in un piccolo come del Sud scende a 1.222 euro. Con un’entrata di 1.400 euro al mese, quindi, la famiglia del Nord è da considerare povera, quella del Sud no.

In contemporanea con l’incremento della povertà l’Istat registra anche una flessione senza precedenti per i consumi, favorita anche dalle ripetute chiusure dei negozi. La spesa media mensile delle famiglia torna ai livelli del 2000 (2.328 euro; -9,1% rispetto al 2019). Rimangono stabili solo le spese alimentari e quelle per l’abitazione mentre diminuiscono drasticamente quelle per tutti gli altri beni e servizi (-19,2%).

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