Grande clamore ha destato un post su Facebook del noto psicanalista Massimo Recalcati, che qui riportiamo: “Il femminismo ideologico è il riflesso speculare del peggior maschilismo”. Immediatamente si è scatenata la ridda di reazioni polarizzate, a cui ormai la dialettica social ci ha abituato: da un lato la reazione indignata delle femministe militanti, dall’altro una generica solidarietà maschile bipartisan, il tutto condito dall’ormai consueta gara collettiva alla battuta più sarcastica, al meme più stratificato, alla satira più feroce.

Il femminismo ideologico è il riflesso speculare del peggiore maschilismo . Mr

Pubblicato da Massimo Recalcati su Domenica 21 febbraio 2021

Eppure, non solo il fatto che una “star” intellettuale come Recalcati abbia commesso uno scivolone pubblico, ma specificamente le questioni problematiche che la frase implica meritano una riflessione ulteriore, ben oltre il ciclo di 24-36 ore in cui le polemiche social vivono ormai la loro breve vita.

Ora, se fossimo al bar e la frase fosse stata detta ad alta voce da un signore anziano, il senso sarebbe stato comprensibile: va bene lottare per i diritti delle donne, va bene volere una società paritaria, però “quando esagerano” le militanti femministe diventato “rompiscatole”. Peccato che si tratti di una frase di uno dei più stimati, e remunerati, intellettuali italiani: francamente, ci si aspetta di più da chi è uso citare Lacan una volta al minuto che un rovesciamento dialettico benaltrista alla “all lives matter” – pericolosamente simile alla par condicio falsa e in malafede di chi blatera di “razzismo al contrario”.

Ci sono, poi, alcuni problemi concettuali: perché “ideologico” è diventato un insulto? La Storia mostra che chi si definisce “né di destra, né di sinistra” è di destra; il Qualunquismo, storicamente, è la maschera di chi è fascista ma non ha il coraggio di dirlo. Non si può certo fare questa accusa al pensatore, però il fatto che un’autorità dell’intellighenzia di sinistra non sappia usare con destrezza i social fa riflettere. Inoltre, se da un lato il femminismo in quanto “-ismo” potrebbe avere i caratteri di un’ideologia – almeno secondo un’accezione della Treccani di “complesso dei presupposti teorici e dei fini ideali (…) di un movimento politico, sociale…” -, dall’altro, se si studiasse il tema, si saprebbe che la dizione corretta è quella di “femminismi”, proprio perché la pluralità di visioni e il costante dibattito al loro interno fanno sì che, più che di ideologia (quindi una visione strutturata e in un certo senso “fissa” della società), si parli di “pratica di libertà” (intesa come un processo in costante divenire di decostruzione della sovrastrutture patriarcali).

Segnalo due testi utili ad approfondire, significativamente scritti da una donna e da un uomo: Il corpo elettrico di Jennifer Guerra e Non sono sessista, ma… di Lorenzo Gasparrini. Entrambi per Edizioni Tlon. E non è un caso che la risposta più interessante alla frase di Recalcati sia venuta proprio dai due fondatori del progetto filosofico Tlon, Maura Gancitano e Andrea Colamedici (entrambi, lo dichiaro, carissimi amici). La trovate qui.

Ovvero, la riproposizione dell’antico esercizio sofistico dell’antilogia: Gancitano, con la consueta grande capacità di sintesi espositiva di concetti anche molto complessi, ha risposto punto su punto ai vivaci attacchi di Colamedici, che da brillante istrione interpretava tutte le argomentazioni antifemministe tipiche di certa alt-right. Fin qui però, uno potrebbe dire, si tratterebbe comunque di una dimostrazione comoda e pilotata della tesi considerata “giusta”: è chiaro che la serie di luoghi comuni snocciolati da Colamedici rappresentava una serie di assist per dare la possibilità a Gancitano di illustrare la bontà dei femminismi.

E invece no. E qui risiede il vero, notevole interesse del loro intervento: Colamedici a un certo punto ha smesso i panni del gigione, ha alzato il livello della riflessione, ponendo un dilemma filosofico centrale. E se le molteplici divisioni in categorie per genere non fossero altro che un inconsapevole divertissement dalla radicale domanda esistenziale chi sono io? La risposta di Gancitano (“il suo problema non è il femminismo, ma la vita”) è stata puntuale quanto rivelatrice: il ruolo del filosofo è proprio quello di affrontare la vita come problema, non solo un aspetto di essa.

Se, dunque, l’incontro è stato utilissimo per spazzare via i luoghi comuni più triti sul femminismo, è stato ancora più importante per aver ricordato come, anche all’interno di sacrosante battaglie sociali e politiche, la ricerca filosofica non si può esaurire nella mera rivendicazione della propria identità. Gurdjieff e Ramana Maharshi ringraziano.

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