di Fausto Longo* ed Emanuele Greco**

Ho seguito le polemiche di questi giorni sulla nomina di Gabriel Zuchtriegel a Pompei con le relative discussioni sulla giovane età del candidato, sul suo curriculum scientifico più o meno ricco, sulla complessità del sito di Pompei rispetto a Paestum.

Pompei è senza dubbio uno dei siti più importanti al mondo per la sua storia, per il fascino che produce anche in un pubblico spesso e volentieri inconsapevole. Tutto ciò mi sembra evidente, ma è nauseante constatare come in questo nostro Paese si accendano i riflettori sulla gestione del patrimonio archeologico unicamente quando si parla dei grandi siti archeologici o dei principali musei, sostanzialmente verso quei luoghi che sono stati al centro della riforma Franceschini perché ritenuti tali da fornire al mondo un’immagine diversa dell’Italia.

In questo modo è stato smantellato il sistema di tutela che avevamo da oltre un secolo e che in molti Paesi ci hanno anche copiato. Bastava intervenire sull’impianto storico per renderlo moderno ed efficace ed invece, obnubilati dal renzismo allora imperante, abbiamo preferito smantellare ciò che di buono avevamo. Oggi si accendono le luci sul Colosseo e su Pompei mentre contemporaneamente il resto del nostro patrimonio archeologico resta al buio perché in quell’oscurità è stato relegato dalla riforma.

Ci sono disastri di cui non si parla, dal malfunzionamento dei Poli Museali al poco personale delle Soprintendenze, dall’assenza di risorse per la tutela alla divisione delle aree archeologiche tra enti diversi, dallo smembramento degli archivi che dovevano essere digitalizzati (così dicevano i fautori della riforma) al fiorire dei sistemi di catalogazione autonomi e di informatizzazione.

Eppure c’è ancora chi inorridisce di fronte alla nuova nomina del direttore di Pompei sostenendo che la riforma è stata tradita. Non è possibile seguire chi sostiene che esista una gerarchia nel patrimonio archeologico nazionale e che a Pompei ci sia bisogno di ricerca e non di marketing, in sostanza che il nuovo direttore andava bene per Paestum e Velia ma non per Pompei.

Eppure a Paestum la ricerca è stata da almeno cinquant’anni (ma anche di più) sempre una priorità; sinceramente in questi ultimi anni Zuchtriegel ha dato continuità a questa ricerca stringendo rapporti solidi con diverse università italiane e straniere a partire da quelle più vicine al sito archeologico (università di Salerno e Napoli) e con la Fondazione Paestum che alla ricerca ha sempre affiancato progetti di divulgazione del sito. Dire che la collaborazione non sia stata proficua sarebbe falso. Valorizzazione e tutela non esistono senza una buona ricerca e se devo essere preoccupato lo sono per il futuro della direzione di Paestum e Velia.

Mi auguro che il nuovo direttore non sia solo un buon amministratore ma anche una figura che conosca le problematiche archeologiche e conservative dei due siti che si troverà a gestire, che sappia orientare la ricerca ai fini di una maggiore tutela e di una corretta valorizzazione e fruizione. Tutto sarebbe più semplice se avessimo un direttore che sia al contempo un archeologo greco e romano, ancora di più un archeologo della Magna Grecia, e che sia in grado di stringere rapporti con enti e istituti di ricerca nazionali e internazionali.

*Direttore della Scuola di specializzazione in beni archeologici – Università di Salerno

Non è nostra intenzione entrare nella polemica sulla persona del direttore nominato a Pompei, su cui si sta discutendo da qualche giorno con non poca confusione (tipo l’età e la nazionalità che non c’entrano assolutamente niente). Colpisce il fatto che non si faccia cenno alcuno ai meccanismi della riforma che ha mutato gli assetti della gestione del patrimonio archeologico italiano (parliamo di questo da archeologi, tralasciando il resto e non spariamo sentenze come fanno molti su problemi che non conoscono).

Di fatto ciò che accade è l’effetto di una riforma che sta mostrando tutti i suoi limiti. Non si tratta di accusare gli attori di essere pessimi interpreti, si tratta di mettere in discussione i meccanismi che la riforma ha varato. Di essa salviamo solo l’autonomia dei grandi musei – quelli di collezione intendo, non quelli di sito (a parte Pompei ed Ercolano che una volta stavano insieme): la differenza è fin troppo evidente da essere quasi banale ribadirlo. Ma poi il vulnus principale sono i poli museali regionali che hanno gli strumenti ma non possono fare tutela e le soprintendenze che devono fare tutela e non hanno gli strumenti adeguati e il personale.

Ciò che conta è il guadagno, l’esecrabile kerdos di Esiodo, alla faccia della Costituzione. Risultato: la tutela che va a ramengo, come Vittorio Emiliani va ripetendo da anni. E i concorsi? Destano inquietudine quando a Pompei per esempio si vede che una funzionaria, Maria Paola Guidobaldi, unanimemente ritenuta una delle migliori d’Italia, non entra nemmeno nella terna, nonostante la sua lunga e positiva esperienza proprio nelle città vesuviane.

C’è qualcosa che non quadra e che desta altra inquietudine quando pensiamo al successore dell’attuale direttore nella gestione del Museo di Paestum e dei parchi di Paestum e Velia. Non sarà arrivato il momento di riformare questo meccanismo perverso che non è un concorso ma la legittimazione di scelte che derivano da ben altri parametri?

**già Direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene

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