Sono quasi 18 milioni le dosi di vaccino somministrate nel Regno Unito, che ha dichiarato di avere fatto almeno un’iniezione a un adulto su tre e punta a inoculare almeno la prima dose a tutti gli over 18 entro la fine di luglio. È questo il cosiddetto “modello inglese” che corre veloce verso l’immunizzazione dei suoi cittadini sulla scia dell’esempio da record di Israele e con una popolazione moltiplicata per 10. E a confortare ci sono anche alcuni studi che rimarcano l’efficacia dei sieri autorizzati non solo rispetto al 99,9% dei rischi di contagio grave, bensì anche contro la trasmissibilità a terze persone. E un impatto positivo oltre l’80% già dopo la prima dose. Intanto il contagio rallenta, con 9.834 nuovi casi e 215 morti nelle ultime 24 ore.

Numeri che rendono giustizia alla scommessa fatta dal governo Tory nei mesi scorsi, con il conforto dei consulenti medico-scientifici d’Oltremanica, come rivendicano tanto Johnson quanto il suo ministro della Salute, Matt Hancock. E consentono di puntare adesso con un barlume di fiducia in più ai piani – pur cauti e graduali – d’un alleggerimento parziale delle restrizioni del terzo lockdown nazionale imposto da quasi due mesi: piani i cui tempi verranno delineati in “una road map” condizionata che lo stesso primo ministro illustrerà domani.

Parlando a un talk show domenicale della Bbc, Hancock ha sottolineato la “bellissima notizia” del raggiungimento del traguardo dell’inoculazione di almeno una dose vaccinale a “un terzo degli adulti” del Regno, inclusa la pressoché intera platea degli ultrasettantenni e dei residenti delle case di riposo. Un risultato che fa prevedere – forniture permettendo – di poter anticipare in primavera la copertura completa di tutte e 9 le categorie indicate come prioritarie secondo le linee guida britanniche: ossia tutti gli over 50 e alcune categorie di lavoratori esposti a cominciare da medici, infermieri, addetti alla sanità e ai servizi d’emergenza. Non solo: il ministro ha evidenziato i dati sempre più positivi sull’efficacia dei vaccini utilizzati al momento (Pfizer e AstraZeneca in testa) “sia contro il vecchio ceppo del Covid sia contro la variante cosiddetta del Kent, prima fonte di contagio in questo Paese”, salvo mancanza di certezze sulla mutazione sudafricana. Mentre segnali sempre più confortanti arrivano anche sulla trincea del “contenimento della trasmissibilità” ad opera degli antidoti.

A rafforzare l’ottimismo contribuiscono del resto le indicazioni – fatte emergere dall’esperienza d’Israele – secondo cui a funzionare sembra essere pure l’idea britannica di puntare in un primo tempo su una strategia di prime dosi a tappeto, per diffondere un’immunità parziale in presenza di scorte di vaccini limitate in partenza dalla capacità produttiva iniziale delle aziende farmaceutiche, allungando l’intervallo con la seconda iniezione fino a 12 settimane. Una scelta controversa e che ha lasciato indietro i richiami, aumentati solo negli ultimi giorni a oltre 600mila, ma che sta pagando grazie al livello molto elevato d’immunità garantito – pare – già al primo colpo.

Tutto questo, ha precisato Hancock, non può portare però ad abbassare prematuramente la guardia sulle cautele parallele del lockdown – reintrodotto dopo l’esplosione di nuovi contagi e decessi scatenata dalla ‘variante inglese’ – di fronte a una situazione in cui i vaccini sembrano aver sì aiutato ad abbassare la curva “a una velocità nettamente maggiore” rispetto a quanto accadde l’anno scorso all’epoca del primo picco della pandemia. Ma negli ospedali permane ricoverata una quantità “fin troppo alta” di pazienti Covid (quasi 20mila). Di qui la prudenza della road map che Johnson presenterà: con l’atteso annuncio d’una parziale riapertura delle scuole in Inghilterra non prima dell’8 marzo; e d’un successivo allentamento a tappe della stretta limitato ai contatti sociali e familiari prima, ad attività commerciali e sport all’aperto poi.

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