di Donatello D’Andrea

Durante il suo discorso al Senato, Mario Draghi ha dedicato un paio di passaggi al suo predecessore, ringraziandolo per il lavoro svolto e soprattutto soffermandosi sul tanto vituperato Piano nazionale di Ripresa e Resilienza che, in teoria, ne avrebbe provocato la caduta. Quello di Draghi è stato un gesto di pura signorilità, di stile. Non era scontato e nemmeno necessario fare riferimento all’esperienza precedente. Questo conferma, per chi non l’avesse ancora capito, che è sbagliato parlare di “discontinuità”, soprattutto in tempi di pandemia. Forse non tutto il lavoro di Giuseppe Conte era da buttare?

La crisi è stata aperta prima per il Mes, divenuto oggetto imprescindibile per la salvezza della nazione. Poi, con l’arrivo del banchiere, il Fondo Salva Stati è divenuto oggetto del mistero, per poi essere liquidato in definitiva con una frase che riassume il programma di Italia Viva: “il nostro Mes è lei” (riferito a Draghi).

La parte del discorso di Draghi sul Recovery Plan dice veramente tutto. Secondo i detrattori, quello di Conte doveva essere riscritto perché pessimo, incompleto e inadeguato. Ieri l’ex BCE ha detto che il governo precedente aveva fatto un buon lavoro (ribadendo le parole della Commissione Ue) e che “le missioni del Pnrr potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate dal governo uscente”. Cosa significa? Significa che ogni discussione sul Recovery Plan dovrà partire necessariamente dal lavoro svolto finora e il Parlamento potrà intervenirvi. Proprio come aveva intenzione di fare l’ex Presidente del Consiglio.

E allora, perché buttare giù il Conte due? Se il Mes non è più un problema e il Pnrr andava già bene così, non c’è nessun motivo che possa giustificare la crisi di governo. La delega ai servizi, forse? Ma Draghi ha deciso di tenersela, proprio come aveva fatto Conte. Mistero. Le parole di Mario Draghi sconfessano un mese di menzogne, pretesti e lamentele varie che avevano come unico fine quello di liberarsi di un governo “troppo stretto” per gestire 209 miliardi di euro. L’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Meglio un governo di “unità nazionale”, più largo ed eterogeneo, per accontentare tutti. Ma se gli stessi partiti pensano che con Draghi al governo sarà tutto più facile, si sbagliano.

Se poi l’obiettivo era meramente politico, cioè rompere l’alleanza tra Pd, M5S e Leu, si può dire che è ampiamente fallito. È notizia di qualche giorno fa la nascita di un intergruppo al Senato che comprende proprio queste forze politiche, e che vedono nella figura dell’avvocato una punto d’appoggio e di condivisione.

In tutto questo guado politico, comunque, un paio di certezze è possibile rintracciarle. La prima è anche la più ovvia: la verità viene sempre a galla. La seconda ha un retrogusto un po’ amaro: la politica italiana è andata incontro all’ennesimo fallimento. Nel momento in cui avrebbe dovuto mostrare al Paese quanto fosse responsabile, ha dato ennesima prova di quanto sia inaffidabile, perseguendo i propri interessi a spese del Paese. L’arrivo di un tecnico a Palazzo Chigi non può essere salutato come un successo, anche se il suo nome è Mario Draghi, e non cancellerà quanto fatto prima per favorire il suo arrivo. Questa crisi di governo resterà sempre un grande punto interrogativo (l’ennesimo) sull’integrità e sull’affidabilità della classe dirigente di questo Paese.

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