Sui social circola una battuta. Anzi non è una battuta: è una classifica. Mette in fila la lista dei presidenti del consiglio per durata del mandato. La top ten si chiude con Matteo Renzi, che a Palazzo Chigi è rimasto per 1024 giorni. Subito dietro, a trentasei giorni di distanza, c’è Giuseppe Conte. Eccola la battuta, non troppo ironica: è per questo che il leader di Italia viva ha fatto cadere il governo? È per questo che l’ex segretario del Pd ha provocato la crisi politica dal quale è nato l’esecutivo di Mario Draghi? Per tenere a distanza dal suo decimo posto l’inseguitore, distante poco più di un mese? Il diretto interessato, chiaramente, smentisce. Negli ultimi giorni, però, ha cominciato ad ammettere – quasi a rivendicare – di avere buttato giù la maggioranza che sosteneva Conte con l’unico obiettivo di sfrattare l’inquilino di Palazzo Chigi. Ma lo ha fatto, sostiene, solo perché voleva un governo guidato dall’ex presidente della Bce. “Tutti sapevano che Draghi era migliore di Conte, ma nessuno ha avuto il coraggio di lavorare in questa direzione”, si è vantato in una serie di interviste rilasciate alla stampa internazionale. “Questa era la mia strategia. Ho fatto tutto da solo, con il 3 per cento“, è arrivato a dire. Ammettendo dunque che tutte le richieste avanzate a Conte negli ultimi mesi – dal Mes al Recovery – erano assolutamente strumentali alla caduta dell’esecutivo.

Obiettivi raggiunto. Oggi Giuseppe Conte ha lasciato palazzo Chigi. Ha accolto il suo successore, proveniente dal giuramento del Quirinale, ha partecipato alla nota cerimonia della campanella, quindi è uscito dal palazzo che ospita la sede del governo. È uscito nel cortile dove lo attendeva il picchetto d’onore ed è stato applaudito dai dipendenti di Palazzo Chigi, che lo hanno salutato affacciandosi dalle finestre. Conte li ha ringraziati e, insieme alla compagna Olivia Paladino, è salito in macchina. Fuori dal Palazzo ha trovato una piccola folla, che si era riunita dall’altro lato della piazza e che ha intonato anche un coro “Conte Conte”.

Finisce così l’ultimo atto della “strategia” di Renzi. Che per la verità il leader d’Italia viva non ha portato avanti tutto da solo. Da tempo i principali settori di potere italiano bombardavano il governo Conte. Già nell’inverno scorso Italia viva aveva cominciato una guerra a bassa intensità: avrebbe probabilmente portato a una crisi con dodici mesi di anticipo, se non fosse scoppiata la pandemia. All’epoca il casus belli era la riforma della prescrizione, eterno campo minato che aveva già convinto Matteo Salvini a buttare giù il governo gialloverde. Dopo la pandemia, invece, la giustizia è stata soltanto uno dei prestesti utilizzati dai renziani per indebolire ogni giorno la maggioranza di cui facevano parte. Gli altri sono noti: la delega ai Servizi segreti che Conte non voleva cedere a un sottosegretario, il Mes, la cabina di regia del Recovery plan, la divisione dei fondi in arrivo da Bruxelles. Tutte istanze che sono scomparse da quando Sergio Mattarella ha dato l’incarico a Draghi. Anzi, con una giravolta tragicomica, i renziani sono arrivati a dire che adesso il Mes non serve più.

L’ennesima prova che suggerisce come l’unico vero obiettivo di Italia viva fosse sfrattare Conte da Palazzo Chigi. Un obiettivo perseguito in comunione d’intenti con diversi ambienti del potere italiano. A mettere in fila fatti e dichiarazioni d’archivio si può dire che Giuseppe Conte inizia a cadere quando ottiene da Bruxelles lo stanziamento degli ormai noti 209 miliardi di fondi per la ripartenza post pandemia. E qui va ricordata una cosa: è il premier uscente che ha consentito al nostro Paese di ottenere un risultato senza precedenti dall’Unione europea. È durante il suo mandato che l’Ue cambia diametralmente strategia, passando dall’austerità agli aiuti a fondo perduto per uscire dall’acrisi. Già dopo la fine del lockdown, quando si capisce che l’Europa avrebbe cambiato la sua politica economica per fronteggiare la crisi del Covid, che gli attacchi all’esecutivo s’intensificano. Appena si capisce che arriveranno miliardi di fondi europei si mette in moto una sorta di meccanismo. Sembra una teoria del complotto ma è l’oggetto di una denuncia di un esponetne della maggioranza. E non è un complottista grillino. “Nelle prossime settimane vivremo una serie di attacchi al governo finalizzati alla sua caduta, ispirati anche da centri economici e dell’informazione, non tanto per correggere come è lecito l’attività di governo ma per rivedere il patto di governo e riorganizzare la maggioranza”, dice il 16 maggio Andrea Orlando, vicesegretario del Pd e politico al di sopra di ogni sospetto: non faceva parte del governo Conte, mentre oggi entra in quello Draghi come ministro al Lavoro.

L’analisi del numero due di Nicola Zingaretti è lucida: l’obiettivo è far fuori il governo Conte per gestire i soldi che arriveranno dall’Europa. “Dobbiamo saperlo: gestire quei flussi finanziari fa gola a molti, e alcuni si prestano anche a operazioni politiche che vanno in questo senso. Ci parleranno della capacità comunicativa di Conte o dell’errore di questo o quel ministro, ma all’ordine del giorno c’è un altro tema, provare a vedere se si costruisce un’altra formula politica”. Quelli erano i giorni in cui Fca aveva chiesto 6 miliardi di prestiti con garanzia pubbblica, solo alcune settimane dopo aver ufficializzato l’acquisto di Repubblica, La Stampa, l’Espresso e degli altri giornali e mezzi di comunicazioni del gruppo Gedi. Gli Agnelli cambiano direttore (via Carlo Verdelli dentro Maurizio Molinari) e linea editoriale: quello che un tempo era il principale quotidiano del centrosinistra italiano accentua – e di parecchio – gli attacchi nei confronti di un governo sostenuto da una maggioranza di centrosinistra. Una linea condivisa anche dagli altri principali giornali italiani: risalgono proprio a prima dell’estate i primi retroscena su un possibile cambio di governo, per virare su una formula a larghe intese. Il nome di Mario Draghi inizia ad aleggiare dietro a ogni pagina, quando editorialisti e commentatori iniziano ad auspicare l’arrivo di un premier “europeista“. E pazienza se è grazie a Conte, alla sua strategia tenuta durante i vari consigli europei, ai rapporti creati con gli altri leader dell’Unione, se alla fine Bruxelles ha deciso di stanziare per il nostro Paese la cifra di gran lunga più alta per la ripartenza post Covid.

L’estate trascorre così. L’autunno, invece, diventa caldo. Non tanto per la crisi economica che c’è e si sente, ma non provoca i pericolosi disordini sociali pronosticati – quasi auspicati – dai commentatori di ogni estrazione politica. La tensione si alza perché a settembre ci sono le elezioni regionali e il referendum sul taglio dei Parlamentari. Il centrodestra sembra avanzare, quasi ovunque Renzi corre separato dal Pd e dal M5s. A cinque giorni dal voto, Goffredo Bettini, lancia l’allarme: “Ci sono forze che vogliono normalizzare il Paese e colpire un governo libero, che non risponde a nessun potere esterno; che non accetta condizionamenti o diktat. A questo nostro profilo si oppone il “salotto buono” del capitalismo italiano che agisce anche comprando i giornali. E poi la Confindustria di Bonomi, molto aggressiva”, dice in un’intervista al Fatto Quotidiano. In cui fa esplicitamente il nome di Renzi : “Invece di lavorare per isolare la destra sovranista, favorendo una rottura con essa delle componenti moderate di Forza Italia, attacca il Pd. Di fronte alla responsabilità enorme di un buon utilizzo delle risorse del Recovery Fund, occorre parlare con una sola voce”. Secondo Bettini, però, quel tentativo di buttare giù Conte è “maldestro perché porterebbe alle elezioni ora, a cui solo la destra è interessata; oppure a un governo tecnico che umilierebbe ancora una volta la politica. Mi dispiace, su questo abbiamo già dato“. Il futuro dimostrerà che Bettini si sbagliava, anche se ci aveva visto giusto.

Il referendum sul taglio dei parlamentari passa, il Pd batte il centrodestra alle Regionali 4 a 3. A ottobre e novembre il possibile arrivo della seconda ondata di coronavirus impensierisce l’esecutivo Nel giorno dell’Immacolata, però, Matteo Renzi decide di azionare il telecomando che fa saltare in aria il governo Conte. Comincia da quel momento un lungo mese di minacce, tensioni, ricatti. Con le feste natalizie alle porte il Paese è attraversato dalla seconda ondata della pandemia. Italia viva sembra vivere fuori dal mondo: invece di parlare di Covid attacca l’esecutivo a ogni giorno e a ogni ora. Un escalation continua che porta prima al ritiro dei ministri, poi alle dimissioni del premier, quindi al mandato esplorativo di Roberto Fico, sabotato dai renziani. Alla fine ecco Draghi, il governo tecnico, le larghe intese. Nel nuovo esecutivo su 15 ministri politici, otto lo erano anche nel governo Conte 2, tre nel Conte 1, uno è Orlando, tra i primi sostenitori del presidente del consiglio uscente. Tra i tecnici viene confermata al Viminale Luciana Lamorgese, mentre va alla Transizione tecnoligica Vittorio Colao, l’uomo scelto sempre dall’ex premier come guida della task forze per studiare la ripartenza del post pandemia. Manca lui, Giuseppe Conte, che oggi lascia Palazzo Chigi: tra 36 giorni avrebbe superato il record di Renzi.

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