Finalmente sono riusciti a chiudere il cerchio di una normalizzazione lungamente perseguita; così la melma della palude torna a seppellire i (timidi e maldestri) tentativi di schiodare un sistema democratico largamente approssimativo, ritornato sottomesso a un establishment opaco e privo di visione. Il trionfo dei promotori ad ogni costo del principio “non disturbate il manovratore”.

Missione compiuta attraverso la delegittimazione di un corpo estraneo quale il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e la dissipazione del patrimonio di aspettative civili, intercettato nel corso del decennio scorso da una formazione raccogliticcia e contraddittoria quale i Cinque Stelle. Prossima all’implosione.

A dirla tutta, la vita pubblica italiana ha subito una riedizione di manipolazioni volte a sovvertire gli atteggiamenti collettivi, analoga a quella realizzata nel corso degli anni Novanta del secolo scorso. Allora si trattava di rimettere in riga alcune procure che avevano osato prendere di mira l’illegalità di un ceto politico allargato (personale di partito corrotto/colluso da/con ceti affaristici). E la parola d’ordine dell’operazione fu “giustizialismo”, diffusa dal medium Mediaset. Ora si è trattato di prosciugare pericolose sacche del dissenso verso una corporazione traversale del potere (la cosiddetta Casta) che accentuava le tendenze autoreferenziali e accaparrative dei vertici istituzionali. In questo caso la definizione del bersaglio da colpire fu “populismo”, mobilitando il medium Gedi e dintorni.

C’è voluto del tempo ma ce l’hanno fatta. Del resto le forze messe in campo per ridisegnare la realtà a vantaggio della restaurazione oligarchica erano molteplici e più che potenti. A partire dalla grande stampa padronale, piena di campioni della libera informazione che scrivono su testate (la Stampa e la Repubblica) che hanno accettato di sottomettersi ai diktat del finanziere-editore John Elkann.

Un contributo importante per il ritorno all’ordine lo ha fornito pure il Beppe Grillo mimetico; che di tanto in tanto ripristina le giovanili pulsioni destrorse (ricordo le sue critiche contro il diritto di cittadinanza per i figli degli immigrati). Pulsioni rivelate dalle sue permanenze keniote nei resort di Briatore e pure da amiconi tipo l’architetto per tutte le committenze Renzo Piano, senatore a vita troppo impegnato per andare a votare la fiducia al governo Conte. Ora il vate di Sant’Ilario si scomoda in una passerella romana per unirsi al processo di beatificazione di super-Mario Draghi, liquidatore finale dell’esperienza grillina. Ossia il ritorno del banchiere (dopo Ciampi e Dini) per mettere tutto a posto e imporre l’ordine di “chi sa dove il potere sta” (come scrisse il poeta Nelo Risi). L’uomo d’alto profilo che le Concite (o le Lilli Gruber) ci raccontano come in una battuta alla Woody Allen: “Lei è un tuttologo?” “Anche!”.

Tralasciano di raccontare che questo portento è un perfetto esponente di quel ceto che ha legato la propria vicenda personale a una stagione volta alla fine, dopo aver cosparso di macerie il pavimento del mondo intero. La stagione quarantennale delle banche come braccio armato per imporre il dominio di una plutocrazia in fuga dal resto della società; portandosi appresso il bottino di ricchezze incommensurabili e lasciandosi dietro lo spettacolo di miserie ed emarginazioni che hanno incanaglito la civiltà occidentale. Ennesima conferma dell’inestirpabile provincialismo italiota.

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