È da diverso tempo che si discute sull’opportunità di una riforma del conclave che dia la possibilità non solo ai cardinali con meno di ottant’anni di età di votare il nuovo Papa. Una riforma che concretizzi la dimensione sinodale impressa alla Chiesa da San Paolo VI, dopo la straordinaria stagione del Concilio Ecumenico Vaticano II, e chiesta con forza nuovamente da Francesco.

Non è un caso, infatti, se Bergoglio, ricevendo in udienza in Vaticano i vertici dell’Ufficio catechistico nazionale della Cei, ha chiesto di ripartire da quanto aveva affermato, evidentemente invano, nel 2015 a Firenze all’episcopato della Penisola. “Dopo cinque anni, – ha spiegato il Papa – la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare”.

Una riforma del conclave in chiave sinodale oggi fa storcere il naso alle gerarchie ecclesiastiche. Eppure Giovanni Paolo I “progettava una riforma del conclave, per farvi entrare come elettori anche i presidenti delle conferenze episcopali”. A ricordarlo è Gian Franco Svidercoschi, giornalista dal 1959 ed ex vicedirettore de L’Osservatore Romano negli anni wojtyliani, nel volume Un Concilio e sei Papi (Edb) nel quale ripercorre gli ultimi sessant’anni di vita della Chiesa con gli occhi del cronista che li ha raccontati giorno dopo giorno.

Svidercoschi ricorda che “per la riforma del conclave, oltre che all’inserimento dei presidenti delle conferenze episcopali, e con diritto di voto, così ‘il suffragio avrà un valore più universale e completo’, Giovanni Paolo I pensava anche a dei cambiamenti per così dire ‘logistici’, suggeritigli evidentemente dall’esperienza appena fatta in prima persona. ‘La collocazione dei padri all’interno del conclave deve essere più decorosa e più efficiente. Non si possono rinchiudere cento persone, più o meno anziane, in un luogo così ristretto, costringendole a dormire su un letto di ferro e a lavarsi in un catino con una brocca d’acqua’”.

È noto come San Giovanni Paolo II, che aveva condiviso la stessa esperienza di Luciani nel primo conclave del 1978, abbia risolto questo problema con la costruzione di Casa Santa Marta. La residenza dove attualmente vive Bergoglio, infatti, è stata pensata dal Papa polacco proprio come luogo dove ospitare i centoventi cardinali elettori durante il conclave.

Nel suo libro, Svidercoschi ricorda anche che Luciani “progettava una riforma della Curia romana, attraverso un decentramento e una maggiore responsabilizzazione dei singoli uffici. Aveva anche in mente una attuazione della collegialità episcopale in termini nuovi, più efficaci, più concreti, trasformando la segreteria del Sinodo dei vescovi in un organismo, che, in rappresentanza dell’intero episcopato, collaborasse in forma stabile con il Papa nel governo della Chiesa universale”.

Svidercoschi sottolinea come “non si trattava solamente di riformare le strutture, le istituzioni. L’obiettivo era più vasto, più alto. Quel Papa ‘diverso’ pensava a una Chiesa ‘diversa’. Una Chiesa che ritornasse alle origini, a quel che c’è veramente di detto, di scritto, nel Vangelo. Dunque, una Chiesa umile, semplice, trasparente, che riconoscesse le proprie colpe. Una Chiesa al servizio degli uomini, e perciò vicina ai più fragili, ai più indifesi, ai più sofferenti: i poveri, anzitutto, ma anche i giovani, anche le donne. E voleva, Giovanni Paolo I, che tutto questo, non solo venisse ‘proclamato’, ma ‘si vedesse’”.

È incredibile quanta sintonia ci sia con il magistero di Francesco, segno eloquente che entrambi i Pontefici si pongono in perfetta continuità con quanto affermato dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Svidercoschi ricorda, inoltre, che Luciani, “ai collaboratori più stretti, confidava spesso la sua amarezza per quanto scopriva in Vaticano. ‘Ognuno qui parla male dell’altro. Qui parlerebbero male anche di Gesù Cristo’. Tutto il contrario di quel modello di ‘vera comunità cristiana’, che Luciani descrisse nel discorso al Laterano, per la presa di possesso della cattedra di vescovo di Roma”.

Un testo che Svidercoschi invita a rileggere perché “potrebbe aiutare a capire un po’ di più il perché di quel pontificato-meteora nei piani della provvidenza: e cioè, che bastavano anche solo trentatré giorni, a Giovanni Paolo I, per portare a termine la missione che gli era stata assegnata”.

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