Aung San Suu Kyi è uscita dal carcere. Il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), ha annunciato che il Consigliere di Stato della Birmania, arrestata il 1 febbraio insieme al presidente Win Myint dopo il golpe militare nel Paese asiatico, è stata trasferita ai domiciliari e, assicurano dal suo staff, “è in buona salute”.

Il premio Nobel per la pace è stata trasferita nella sua casa nella capitale Naypyidaw, ha precisato il portavoce Kyi Tore, anche se dovrà comunque rispondere dell’accusa di “importazione illegale” dopo l’acquisto di walkie talkie all’estero per fornirli alle proprie guardie del corpo. Un’accusa che, in caso di condanna, potrebbe costarle fino a due anni di carcere.

L’uscita dal carcere della leader birmana rappresenta la prima concessione della nuova guida militare alle richieste internazionali, ma nel Paese sono ancora forti le restrizioni imposte dagli uomini del generale Min Aung Hlaing. La giunta militare ha deciso, dopo aver bloccato Internet in tutto il Paese nelle ore immediatamente successive al golpe, di tagliare anche l’accesso a Facebook.

La richiesta della comunità internazionale è adesso quella di indire il prima possibile libere elezioni nel Paese. Ma i militari nei giorni scorsi hanno annunciato che queste potranno avere luogo solo al termine dello stato d’emergenza che i golpisti hanno dichiarato per la durata di un anno.

Intanto migliaia di studenti e insegnanti in diverse università hanno manifestato questa mattina in protesta contro il colpo di Stato. “Rilasciate i nostri leader. Rispettate i nostri voti”, c’era scritto sui cartelli della protesta di fronte all’università Dagon a Rangoon, con i dimostranti che hanno alzato le tre dita come in The Hunger Games ed esibito nastri rossi, due simboli dell’opposizione al golpe. Le foto postate sui social media mostrano però come la protesta del nuovo Movimento di disobbedienza civile stia prendendo piede ormai in numerose università del Paese, con immagini di centinaia di studenti tutti con le tre dita alzate e con l’hashtag “Stop alla dittatura militare”.

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