I militari hanno arrestato Aung San Suu Kyi e i vertici della Lega Nazionale per la Democrazia, quindi preso il potere annunciando che lo terranno per un anno. Hanno giustificato il golpe citando gli articoli 417 e 418 della Costituzione del 2008, articoli in base ai quali si stabilisce che se si verifica una situazione che rischia di “disintegrare l’Unione o disintegrare la solidarietà nazionale o causare la perdita di sovranità”, il presidente deve proclamare lo stato d’emergenza (art. 417) e questo stato d’emergenza si traduce automaticamente nel “trasferimento dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario dell’Unione al comandante in capo dei servizi di difesa per consentirgli di attuare le misure necessarie per ripristinare rapidamente la situazione originaria nell’Unione” (art.418). Insomma, i militari hanno preso il potere “legalmente” sulla base della costituzione di compromesso del 2008, imposta di fatto dal Tatmadaw – l’esercito – alla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi; posto che hanno deciso loro stessi medesimi che sussiste una situazione di “rischio” per l’Unione. L’hanno fatto impugnando il rischio pandemico e presunti “brogli” nelle elezioni generali dello scorso novembre, quando la Lega ha conquistato almeno l’80 per cento dei seggi elettivi, mentre il partito che rappresenta l’esercito (Unione della Solidarietà e dello Sviluppo) ha subito una cocente sconfitta.

Il paradosso di questa situazione è che a seconda della discrezionalità (arbitrio) dei militari stessi, tale stato di rischio per l’Unione è impugnabile in qualsiasi momento, dato che Myanmar non è mai stata davvero “un’Unione”, bensì l’ennesimo lascito avvelenato del colonialismo britannico, che il defunto Aung San – eroe nazionale (solo per alcuni, come vedremo), nonché padre di Aung San
Suu Kyi – aveva cercato di rivendicare come “Stato”, alleandosi durante la seconda guerra mondiale prima con i giapponesi, poi con i britannici, pur di conseguire la sua “unione nazionale”. Quando fu assassinato, il 19 luglio 1947, Aung San stava cercando di formare un governo post-coloniale con rappresentanti dei diversi popoli e delle diverse religioni che vivono sul suolo birmano. Il fatto che
l’eccidio tolse di mezzo Aung San e altri sette rappresentanti del futuro governo “plurale”, pochi mesi prima che la Birmania ottenesse l’indipendenza dai britannici, lasciava già presagire il futuro. Su questo eccidio fondativo non è mai stata fatta piena luce.

La realtà è che Myanmar è ed è sempre stata un collage di popoli ben intenzionati a mantenere la propria indipendenza di fatto, con una maggioranza Bamar-buddhista (68 per cento della popolazione) – la cui principale espressione politica sono oggi la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi e l’esercito, i due rivali di oggi – che discrimina gli altri: il recente caso dei musulmani Rohingya, vittime di pulizia etnica dal 2017 almeno, è forse il più esemplare. Per molti anni, i sostenitori occidentali della premio Nobel – sempre meno, in realtà – hanno giustificato l’atteggiamento consenziente della Lega Nazionale per la Democrazia verso i militari che attuavano il genocidio dei musulmani dello stato Rakhine (oltre un milione di profughi nel vicino Bangladesh), spiegandolo con i vincoli della Costituzione, che riserva il 25 per cento dei seggi parlamentari e tre ministeri fondamentali ai militari. Di recente però, Aung San Suu Kyi ha perso gran parte del proprio appeal perché si è più volte rifiutata di riconoscere l’esistenza stessa dei Rohingya in quanto cittadini birmani (e quindi di un problema Rohingya) e circa un anno fa si è perfino scomodata per volare fino all’Aia e difendere l’operato del suo paese di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia. In quella sede, descrisse la pulizia etnica come un “conflitto armato interno” innescato dagli attacchi di militanti Rohingya alle stazioni della sicurezza di Stato.

Probabile che a golpe in corso, “The Lady” ritorni a essere il punto di riferimento dell’Occidente. Se la pulizia etnica dei Rohingya è il caso più noto ed eclatante, non possiamo dimenticare il conflitto Kachin sul confine orientale di Myanmar, che di fatto continua alternando alta/bassa intensità da 70 anni circa, per non dire degli Wa, che sulle loro colline dello stato Shan rappresentano di fatto uno stato-cuscinetto alla frontiera cinese indipendente e con un esercito composto da 30mila uomini che il Tatmadaw – l’esercito regolare birmano – non osa disturbare. Il paradosso è che questo esercito che non osa attaccare gli Wa è anche l’istituzione più forte della “Unione” di Myanmar.

Nel 2014, pochi mesi prima della vittoria elettorale travolgente della Lega Nazionale per la Democrazia, chiedemmo un parere su Aung San Suu Kyi al leader di un campo profughi Kachin, proprio mentre la premio Nobel veniva osannata da tutto l’Occidente: “È Bamar, come suo padre”, rispose lui. In un contesto di “unione” mai realizzata, l’esercito assume per forza di cose un ruolo sproporzionato, politicamente addirittura sovradimensionato rispetto alla propria reale forza militare. È un esercito che può reprimere, attuare golpe e pulizie etniche, ma non può conseguire la fantomatica “Unione” di Myanmar. È lo stesso esercito che oggi chiede il conto.

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