Sono passati dieci mesi da quando Irma, 55 anni, si è ammalata di Covid. Ma i vuoti di memoria, la perdita di concentrazione, i fischi alle orecchie e un’esagerata stanchezza continuano a far parte della sua vita. Irma è una delle oltre 1600 persone con sintomi post Covid che hanno partecipato al sondaggio promosso dal portale sindromeposcovid-19.it, un’idea del giornalista trentenne Enrico Ferdinandi – aiutato dagli amici Rubina Beneduce e Daniele Zerosi – colpito anche lui dal virus. Le testimonianze raccolte in questo database vengono messe a disposizione della comunità scientifica per favorire la ricerca sugli effetti collaterali provocati dall’infezione di Sars-Cov2. Da gennaio sono online i risultati dei primi 1025 intervistati, che integrano lo studio sui primi cento utenti pubblicato a fine novembre.

“Ci hanno scritto da tutte le regioni, soprattutto Lombardia, Lazio e Piemonte, e perfino otto cittadini italiani che risiedono all’estero” racconta Enrico. La maggior parte degli ex pazienti Covid intercettati (il 95 per cento), si legge sul report, ha dichiarato di avere ancora dei sintomi, e quasi la metà di questi (il 45 per cento), è il dato più impressionante, ne soffre da più di sette mesi. Tra i disturbi più frequenti del long Covid, l’espressione inglese comunemente usata per indicare i postumi dell’infezione, si riscontrano stanchezza (85 per cento), affaticamento (80 per cento), fiato corto (61 per cento), mancanza di concentrazione (60 per cento), dolori alle articolazioni (59 per cento), disturbi del sonno (57 per cento) e tachicardia (49 per cento). Per quattro intervistati su dieci persiste la perdita (o alterazione) di olfatto mentre per oltre tre su dieci la mancanza (o alterazione) di gusto. Una percentuale uguale ha dichiarato di accusare regolarmente vuoti di memoria. Ma la preoccupazione più grande per queste persone, conclude il report, è data dalle anomalie cardiache, come aritmie e tachicardie, i forti mal di testa e i frequenti dolori a livello del torace. Chi vuole partecipare con la propria esperienza può farlo compilando due form che trova sul sito web. “Nei prossimi mesi usciranno report di volta in volta aggiornati e somministreremo altri questionari per monitorare l’evoluzione dei sintomi post Covid su chi ha già lasciato il suo contributo”, specifica Ferdinandi.

In Italia sono stati avviati due importanti progetti di ricerca sulla sindrome post Covid. Il primo è stato condotto da un gruppo di geriatri del policlinico Gemelli di Roma. Lo studio iniziale su 143 pazienti – seguiti a distanza di oltre due mesi dalla diagnosi della malattia – è uscito lo scorso luglio su Jama. A firmarlo anche Francesco Landi, direttore della Riabilitazione geriatrica e tra i responsabili del Day hospital post Covid dell’ospedale capitolino, che anticipa al Fattoquotidiano.it i risultati preliminari della seconda fase della ricerca, che ha coinvolto ad oggi 520 pazienti: “I dati confermano che a distanza di circa due mesi dalla diagnosi i sintomi permangono nell’80 per cento dei soggetti“. A pesare non sono tanto le differenze di età, quanto piuttosto quelle di genere. E a stare peggio sono le donne: “Il 56 per cento contro il 40 degli uomini accusa tre o più sintomi – specifica Landi -. Quelli in assoluto più ricorrenti sono l’affaticamento e la perdita di appetito, presenti prevalentemente nelle donne, la dispnea, di cui soffrono quasi la metà di entrambi i generi, e i dolori articolari, che colpiscono un soggetto su quattro”. Landi sottolinea infine che “fatica e sensazione di affanno non sempre corrispondono a un danno d’organo reale. Sembrerebbero – spiega – manifestazioni da stress post traumatico visto che i valori di spirometria, emogas, tac toracica e saturazione di ossigeno risultano normali. Stiamo cercando di approfondire meglio questo aspetto”.

L’altro studio in corso è quello su più di 1500 pazientidi cui il 40 per cento donne e con età media di 59 anni – sottoposti a follow up tra maggio e ottobre nei padiglioni della Fiera di Bergamo, dove da giugno fino all’inizio dell’autunno i reparti per i pazienti Covid sono stati trasformati in ambulatori per la presa in carico delle conseguenze della malattia, a distanza di tre mesi e mezzo dall’esordio dei sintomi. Marco Rizzi, direttore delle Malattie infettive dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, espone le valutazioni preliminari, simili a quelle già descritte: “La fatica nelle attività quotidiane, riscontrata nel 48,5 per cento dei casi, e la difficoltà respiratoria, di cui soffrono il 32,6 per cento dei soggetti, sono i due problemi più frequenti. In quasi il 29 per cento dei pazienti si osservano, inoltre, danni sulla funzionalità polmonare e una piccola parte perde l’autosufficienza. Poi c’è l’alterazione dell’olfatto – continua il medico -, che riguarda circa il quattro per cento dei casi, più donne che uomini”. Tra le conseguenze a lungo termine del Covid c’è anche “un’esposizione al rischio di complicanze trombotiche nel 39 per cento dei soggetti e dal 9 fino al 17 per cento la tendenza a sviluppare tiroiditi”. Tutte alterazione che secondo Rizzi “è verosimile che col tempo siano destinate a regredire”. Fino adesso solo una minoranza di questi pazienti (poco meno della metà) ha avuto bisogno di un percorso specialistico (il 31,8 per cento con lo pneumologo, il 7,6 con il neurologo e il 6,9 con il cardiologo), mentre oltre la metà (il 56 per cento) è stata affidata al proprio medico di base. “È fondamentale che ogni ospedale attivi un percorso di follow up dedicato al post Covid, perché da questa infezione non si guarisce quasi mai rapidamente”.

Indagare le conseguenze a lungo termine del Covid sulla salute è anche uno degli obiettivi del progetto internazionale Orchestra, che coinvolge 27 centri universitari distribuiti tra Europa, Africa, Sudamerica e India, coordinati dall’ateneo di Verona. Il progetto, finanziato con circa 20 milioni di euro stanziati dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione europea, mira a guidare le strategie europee per affrontare i diversi aspetti della pandemia (dalla protezione delle categorie fragili alla riduzione dei rischi per il personale sanitario, le risposte alla vaccinazione, fino all’impatto di fattori ambientali, socio-economici, stile di vita e misure di distanziamento sulla diffusione del virus, oltre alla sindrome post Covid). “Unendo tutte le coorti già formate e studiate dai vari centri avremo a disposizione una quantità di dati tale da poter fornire risposte scientificamente valide” spiega a ilfattoquotidiano.it Evelina Tacconelli, direttrice del dipartimento di Malattie infettive dell’ospedale universitario veronese, a capo del progetto. “Uno dei nostri gruppi – informa la professoressa – lavora anche sugli effetti della vaccinazione nella popolazione fragile, cioè anziani, bambini, malati di cancro, di Hiv, di Alzheimer, donne in gravidanza e trapiantati”. “Entro fine febbraio – annuncia alla fine – verranno analizzati i risultati ottenuti dalle coorti già esaminate, dopodiché costruiremo una nuova coorte, costituita da gruppi di popolazione appartenenti a Paesi europei ed extra-europei, che ogni tre mesi dovrà sottoporsi a test e prelievi per monitorare velocemente quello che succede”.

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