Nicolò Rovella è uno dei migliori giovani del campionato: gioca titolare a 19 anni in un ruolo nevralgico del campionato, mostra tecnica e personalità, molti lo indicano come il futuro del calcio italiano. Potrebbe essere ma anche non essere, se ne sono viste tante di promesse non mantenute, di sicuro è un prospetto interessante. Il suo contratto è in scadenza a giugno, da oggi qualsiasi squadra avrebbe potuto ingaggiarlo a parametro zero, invece la Juventus l’ha appena acquistato per una cifra potenziale di 38 milioni di euro. Perché nel pallone italiano una mano lava l’altra. In questo caso specifico, quelle della Juve e del Genoa, protagonisti dell’ennesimo scambio, affare, furbata, scandalo – scegliete voi la parola che preferite – di calciomercato.

Ad ogni sessione, la stessa storia: da anni ormai la parolina magica è “plusvalenza”. Così si spiega anche l’affaire Rovella. Il valore, già di per sé spropositato per un ragazzino con una manciata di presenze in A, quasi grottesco visto il contratto in scadenza, ha un senso grazie ai trasferimenti che completano l’operazione. È vero, la Juve paga 38 milioni per Rovella (per la precisione 18 in 3 anni, più 20 di bonus), ma il Genoa ricambia sborsando 10 milioni per Manolo Portanova (ragazzino della Primavera intravisto per un paio di spezzoni in prima squadra) e 8 milioni per Elia Petrelli che in Serie A non ha mai nemmeno messo piede. Secondo il portale Transfermarkt, i due hanno un valore rispettivamente di un milione e appena 250 mila euro, invece il Genoa li valuta complessivamente quasi 30.

Ora è tutto più chiaro: Juventus e Genoa si sono semplicemente scambiati un favore. I bianconeri hanno salvato per l’ennesima volta Preziosi, che rischiava di perdere a zero uno dei pochi giocatori capitalizzabili, in un momento di grave crisi finanziaria. In cambio, la Juve ha creato dal nulla una plusvalenza di 17 milioni, utilissima per aggiustare il bilancio che piange. Soldi veri ne gireranno pochi, forse nessuno, ma poco importa: ci guadagnano tutti. Come sempre, in questi casi. Non è nemmeno giusto puntare il dito contro Genoa e Juve, Preziosi e Paratici, visto che si tratta di un malcostume davvero generalizzato, in cui più o meno tutti (Inter, Roma, anche club contabilmente più virtuosi come il Napoli) sono scivolati. Certo, la Juve ha la capacità di spostare l’asticella sempre più in alto, senza più nemmeno il pudore di provare a rendere un minimo decorose queste operazioni di maquillage finanziario. E d’altra parte perché dovrebbe, se poi i media invece di censurare queste pratiche deprecabili, lodano la sagacia di Paratici, celebrandolo come “mago delle plusvalenze”.

Anche in questo, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Se non fosse che nuovo è il momento che sta attraversando il pallone, italiano e mondiale. La crisi del Covid ha messo in ginocchio tanti, quasi tutti i club, dal grande Barcellona sommerso di debiti in giù. Ma chi dice che la colpa sia del virus, degli stadi chiusi, della fuga degli sponsor mente sapendo di mentire: la pandemia ha solo portato definitivamente allo scoperto i vizi di un sistema malato da tempo, fino a ieri nascosti da trucchi e trucchetti (come le plusvalenze, appunto). Il re è nudo. E questo dovrebbe portare ad una presa di coscienza collettiva. La crisi dovrebbe essere l’occasione, perché non ce ne sarà un’altra, di riformare il sistema calcio: diversificare le entrare, abbattere costo del lavoro e dei cartellini ormai fuori controllo, smettere di pensare che il valore del prodotto possa aumentare all’infinito (vedi diritti tv). Non una decrescita felice, semplicemente un riposizionamento ad un livello più sostenibile. Invece il pallone non cambia. Piange miseria, chiede aiuto al governo perché non riesce più a pagare stipendi e tasse, e poi ritorna subito a fare mercato e plusvalenze, che aggiustano i bilanci ma spesso non portano liquidità in cassa. Che è proprio il principale problema di cui soffrono i club in questo momento. No, il calcio italiano dal Covid non ha imparato proprio nulla.

Twitter: @lVendemiale

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