Sonja Borus era una ragazzina di 15 anni quando è arrivata a Nonantola. Dalla Germania “alcune persone” avevano radunato un gruppo di giovani ebrei “che potessero camminare, sopravvivere al viaggio” per portarli in salvo a Villa Emma. Sonja, a Berlino, deve salutare la madre e il fratello più piccolo: non li rivedrà mai più, scomparsi dietro i cancelli di Auschwitz. Il padre era già stato ucciso in un altro campo di concentramento, mentre del fratello maggiore saprà che è morto in Russia soltanto quando arriverà in Israele.

La storia di Sonja è quella di una donna sopravvissuta per miracolo, grazie a un maestro che dalla Germania ha portato in treno quel gruppetto di ragazzi prima in Austria e poi in Slovenia. Un giorno, quando erano vicini a Lubiana, si svegliano, camminano qualche ora e arrivano a prendere un treno che li porterà a Villa Emma, rifugio sulla via della libertà. Chi ha fatto i loro documenti, falsi, per scappare in Svizzera e poi in Israele è stato don Arrigo Beccari. Sonja, che oggi ha quasi 93 anni, lo ricorda mentre parla dal kibbutz di Ruhama, a poco più di un’ora da Gerusalemme. “È stato un uomo buono, passava spesso a trovarci a Villa Emma. E quando è venuto qui in Israele gli ho detto solo una cosa: grazie. Lo so che ci ha salvato la vita, nella mia stanza ho una foto dove siamo insieme”.

La storia che racconta Sonja è fatta più di emozioni che di dettagli: del suo periodo a Nonantola ricorda la bellezza dello stare tutti insieme, del non essere soli, in un flusso di parole dove la gratitudine prevale sulla cicatrice degli affetti perduti. “Nel ’44 c’era la guerra e non riuscivamo ad andare in Israele. Così siamo partiti per l’Italia. Papà era già morto, mia mamma e mio fratello minore non potevano venire con me”. Sonja non conosce nei dettagli la burocrazia clandestina che le ha salvato la vita, ma sa che quello dalla Germania a Nonantola è stato un viaggio senza ostacoli. Poi l’arrivo in Israele: “Ho avuto una vita felice. Una bella famiglia, un marito e quattro figli. Nella mia vita ho lavorato in una fabbrica che faceva spazzole e a volte aiutavo nella vendemmia”. Era la vita nel kibbutz, comunità di stampo socialista dove la condivisione e il mutuo aiuto tessevano la vita di ogni giorno. “A don Arrigo, quando l’ho visto, ho fatto un regalo. Il suo ricordo è con me”.

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