Dieci anni dopo la rivoluzione tunisina, i sopravvissuti e le famiglie delle vittime della repressione che segnò l’ultimo mese al potere dell’ex presidente Zine El-Abidine Ben Ali attendono ancora giustizia.

Secondo i dati raccolti dalla Commissione nazionale d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani, dal 17 dicembre 2010 al 14 gennaio 2011 le forze di sicurezza uccisero 132 manifestanti e ne ferirono almeno 4000.

Dopo la rivoluzione venne adottato un sistema di giustizia transizionale e fu istituita una Commissione per la verità e la dignità. Dall’avvio dei suoi lavori, nel 2016, la Commissione ha raccolto oltre 60.000 testimonianze. Nel 2018 ha trasmesso 12 richieste di rinvio a giudizio che hanno dato luogo a dieci processi di fronte alle sezioni speciali, appositamente create, dei tribunali tunisini.

Nel corso di 23 udienze complessive, spesso con gli imputati assenti dalle aule di giustizia, sono stati ascoltati decine di testimoni e sopravvissuti. Ma, trascorsi dieci anni, in nessun processo si è ancora arrivati alla richiesta di condanne.

Non si tratta di una vicenda del passato. Tra gli imputati vi sono funzionari del ministero dell’Interno ancora in carica che, sopravvissuti alla fine dell’era Ben Ali, continuano a beneficiare dell’impunità sebbene sospettati di torture e uccisioni.

Che non si tratti di una vicenda del passato lo testimonia anche la lotta della famiglia di Marwen Jamli, un ragazzo di 19 anni ucciso a Thala l’8 gennaio 2011. Il padre, Kamel Jamli, ha trascorso gli ultimi 10 anni chiedendo giustizia ai tribunali militari di Kef, Tunisi e Kasserine: “Dobbiamo far sì che nostro figlio non sia morto invano, abbiamo il dovere di combattere per la giustizia in modo che a nessun altro succeda quello che è capitato a lui. Adesso siamo al tribunale di Kasserine, non importa quanto siamo stanchi o quanto diventeremo vecchi. Conosciamo i responsabili della morte di nostro figlio, sappiamo che sono ancora in servizio. Pretendiamo almeno che confessino, dicano la verità ed esprimano rimorso”.

Chiudo con le parole di Mimoun Khadraoui, il cui fratello Abdel Basset venne ucciso dalla polizia a Tunisi il 13 gennaio 2011: “Le persone che più hanno creduto alla giustizia transizionale sono le famiglie dei martiri della rivoluzione. La prova è che dopo 10 anni siamo ancora qui. Siamo stanchi e frustrati ma non ci arrendiamo. Non si tratta solo del diritto della nostra famiglia alla giustizia o della storia di mio fratello, ma del diritto del popolo tunisino alla verità e alla giustizia”.

Il Fatto di Domani - Ogni sera il punto della giornata con le notizie più importanti pubblicate sul Fatto.

ISCRIVITI

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Caduta anche l’ultima accusa per il chirurgo Paolo Macchiarini, Cassazione assolve lui e altri tre medici

next
Articolo Successivo

Yara Gambirasio, Cassazione accoglie ricorso per accedere a prove del Dna. Il consulente della difesa: “Così il caso potrebbe riaprirsi”

next