Per nove anni la Juventus ha dominato il campionato italiano. Per nove anni l’Inter le è stata inferiore, sempre, a volte in maniera abissale, altre meno, comunque tanto. Non che in tutto questo tempo i nerazzurri non avessero fatto buone partite al suo cospetto. Ce ne sono state diverse, alcune storiche (il 3-1 con Stramaccioni nel 2012 fu la prima sconfitta della Juve nel suo Stadium), addirittura epiche (il famoso Inter-Juve del 2018 del Var, di Orsato e delle polemiche, forse la partita che più ha segnato la Serie A nell’ultimo lustro). In certi casi ha persino vinto, non molto a dire il vero. Ma quando si è trattato di confrontarsi alla pari contro gli eterni rivali, l’Inter si è sempre scoperta piccola, sentita inadeguata. Dopo 1582 giorni, quasi cinque anni, ce l’ha fatta: ha battuto la Juve, si è scrollata di dosso questo complesso d’inferiorità.

Non ha solo vinto. Ha proprio dominato, in una serata positiva di gruppo, solida in difesa, ma neppure troppo brillante nei singoli: a secco Lukaku e Lautaro, impreciso Hakimi, il punteggio avrebbe potuto essere anche più largo del 2-0. Frutto di una supremazia dal primo all’ultimo minuto, praticamente in tutti i fondamentali, in tutti i duelli. Barella, ormai centrocampista di livello mondiale, ha fatto sfigurare la coppia Rabiot-Bentancur, troppo brutta, troppo media per essere la linea titolare dei campioni d’Italia. Bastoni, difensore da assist da 60 metri, è sempre più maturo rispetto alle ingenuità su Higuain di un anno fa (pare una vita fa), mentre dall’altra parte Chiellini e Bonucci, che pure non hanno demeritato, sono sempre un po’ più vecchi. Anche tatticamente Conte ha dato una lezione all’allievo, pardon “maestro” Pirlo: per 90 minuti la Juventus non ha adottato alcuna contromossa, esponendosi sistematicamente alle uscite nerazzurre. Un divario così ampio e per certi versi anche sorprendente, in un campionato in cui c’è grande equilibrio e le grandi partite si decidono sugli episodi. E questa era la partita delle partite.

Proprio per questo, elencati i meriti dell’Inter, i bianconeri dovranno ragionare anche sui propri demeriti. Se la vittoria contro il Milan aveva illuso sul decollo definitivo della nuova Juve di Pirlo, la sconfitta di San Siro la riporta bruscamente a terra. Non è riuscita a impensierire (un solo tiro pericoloso di Chiesa, all’85’) una squadra che di recente prendeva due gol a partita praticamente da chiunque. È apparsa davvero succube sul piano tattico, psicologico, persino tecnico: la differenza proprio di qualità, che è sempre stata l’arma in più dei bianconeri, è sembrata di colpo ribaltata. Una serata storta non cambia la storia di anni e non decide nemmeno un campionato. A meno sette in classifica (ma con una gara da recuperare) la Juve non è certo fuori dalla corsa scudetto. Forse, però, non è più la favorita assoluta (anche perché davanti c’è sempre il Milan).

Questa è stata la prima grande vittoria dell’Inter di Conte, che fino a qui le grandi partite le aveva sbagliate sempre. Tutte, in campionato e in Europa, per demerito o per sfortuna, non ne aveva vinta una, tanto da cominciare a dubitare se l’avrebbe mai fatto. Alla vigilia Conte aveva ricordato la superiorità della Juventus, che lui stesso in carriera non aveva mai battuto: aveva fatto bene, perché lo status di grande squadra si conquista sul campo, non a parole. Ha ripetuto lo stesso ritornello a fine gara e stavolta ha sbagliato, perché l’Inter ora non ha motivo di nascondersi o sentirsi inferiore. L’Inter non è che adesso deve vincere lo scudetto: doveva già prima, dopo dieci anni di sconfitte, gli investimenti della società, l’arrivo di Conte e i rivali a fine ciclo. Ora che finalmente ha battuto la Juve, l’Inter può vincere lo scudetto.

Twitter: @lVendemiale

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