Nessuno ha molta voglia di parlare. Non lì. Non in quel pomeriggio del 20 gennaio 1991. Se ne stanno tutti in piedi sui loro seggiolini di plastica blu. Gli occhi lucidi, il respiro sincopato. Qualcuno srotola uno striscione lungo la curva. Un lungo tessuto bianco con una scritta rossa: “Ci hai lasciato un vuoto incolmabile”. Ed è vero. Perché anche se la Roma sta per affrontare il Pisa, il senso di quel pomeriggio è tutto chiuso in quelle lettere colorate. Gli unici a muoversi sono Giuseppe Giannini e Sebino Nela. Avanzano lentamente. Un passo alla volta. Lungo la pista di atletica. Su per le scale che portano alla tribuna. Stretto fra le loro dita hanno un mazzo di gigli. Alcuni sono gialli. Altri sono rossi. Intorno al loro migliaia di voci si mescolano in un unico ruggito. “Anche il destino. Battiamo anche il destino“, gridano. Solo che mentre battono le mani dagli altoparlanti esce il jingle gracchiante di una pubblicità.

Giannini e Nela si fermano davanti a quel seggiolino vuoto. Depongono i fiori. Si asciugano una lacrima. Perché non c’è niente di più pesante di quell’assenza. Perché il presidente della Roma Dino Viola è morto il giorno prima. Era stato ricoverato il 28 dicembre all’ospedale di Pieve di Cadore. Avevano detto che si trattava di un’occlusione intestinale. E invece la situazione era molto più grave. Prima di finire sul tavolo della sala operatoria Dino Viola aveva detto di essere pronto a vendere la squadra. “Ma solo a chi saprà dimostrarmi di poter fare meglio di me, a chi soddisferà le mie richieste e garantirà ricchi investimenti per il futuro”. E lui un nome ce l’aveva anche. Quello di Raul Gardini. L’11 gennaio aveva lasciato l’ospedale ed era stato trasferito a Roma. Solo che le sue condizioni avevano iniziato a precipitare. Un lento affievolirsi che era andato avanti fino alla mattina del 19.

Il pensiero era andato ancora una volta ai suoi ragazzi. “Ditegli di non fare scherzi domani”, aveva detto prima di perdere conoscenza. Poi Dino Viola si era spento. E si era portato via un’epoca intera. Quella di un ingegnere che aveva progettato una squadra unica, una formazione capace di costruire una grandeur che la capitale non aveva mai avuto. Perché lui che era nato ad Aulla, provincia di Massa Carrara, aveva capito Roma meglio dei romani. L’innamoramento era stato precoce. “Venni a studiare qui ospite di un mio zio – raccontava – e mi innamorai della capitale, di certe atmosfere, degli idoli di Testaccio“. E ancora: “Un giorno mi imbattei in un gruppo di ragazzi che andavano a vedere la partita al Campo Testaccio. Li seguii e fu allora che mi innamorai della squadra”. Viola è fabbro della sua fortuna. Un imprenditore che ama investire e diversificare. E che diventa subito ricchissimo. La Roma è una sirena che lo richiama ciclicamente. La prima volta è datata 1969. Durate il biennio di gestione Marchini diventa vicepresidente. Poi si tira indietro. Resta, ma come semplice azionista. Tutti sanno che è solo una questione di tempo. E lui non fa che confermarlo.

“Ora sono troppo impegnato con il lavoro. Il presidente non potrei farlo bene. Quando sarò più libero, forse”. Il 16 maggio del 1979 acquista il club da Anzalone. “La squadra non può andare peggio”, dice il costruttore romano. Ed è vero. Perché sotto la sua gestione la Roma è arrivata una volta terza. Poi ha galleggiato fra il settimo e il dodicesimo posto. Fino all’ultimo anno, quando si è salvata all’ultima giornata. “Ho aspettato che la società risanata mi venisse un giorno offerta – racconterà qualche anno più tardi Viola al Corriere della Sera – in fondo ero abituato alle difficoltà, avevo proiettato a livelli europei una piccola fallimentare industria meccanica di pezzi di ricambio per aerei soffiata ad un amico”. Dino Viola è cinico. Ma tratta il club come un’appendice della sua famiglia. La sua prima mossa è scaltra: soffia Nils Liedholm al Milan. E lo svedese diventa la pietra sulla quale costruirà la nuova nobiltà capitolina.

“Chiederemo a Liedholm chi vuole e noi cercheremo di dare a lui sempre il meglio, senza fare acquisti demagogici – dice – investire non vuol dire puntare sui giovani e basta, vuol dire soprattutto mettere su una squadra competitiva per qualche anno badando bene, insomma, che i soldi spesi per un acquisto rientrino in rendimento individuale e di squadra nell’arco di un certo periodo di tempo”. È una formula che funziona. Nel 1980 sceglie come straniero Falcao. La Roma diventa l’antagonista della Juventus. Conquista tre secondi posti e due volte il terzo. Nel 1981 lo scudetto diventa un sogno che si infrange contro il gol di Turone nello scontro diretto. Un gol valido annullato per un fuorigioco inesistente. “Con la Juventus è sempre una questione di centimetri”, commenta Viola. Così Boniperti gli invia un righello. Viola sorride e risponde garbatamente: “Un righello è per geometri, io sono ingegnere. Serve più a lei che a me”. L’appuntamento con il titolo è solo rimandato. Nel 1983 vincerà il titolo. Poi quattro volte la Coppa Italia. Nel 1984 la sua Roma si arrampica fino alla finale di Coppa dei Campioni. Si gioca in casa.

Un sogno che si trasformerà nel più crudele degli incubi. Qualcuno pensa che quella squadra possa rifarsi più avanti. Ma è solo un’illusione. Perché Viola è anche l’uomo dei grandi addii. Tutti consumati fra le polemiche. Fa causa a un Falcao trasformato in fantasma da un infortunio al ginocchio e dice: “Tra me e Paulo Roberto, il popolo sceglierà sempre me: perché quello che ho fatto, l’ho fatto gratis”. Anche Di Bartolomei viene accompagnato alla porta senza troppi salamelecchi: “Un giorno mi ringrazierà per averlo ceduto, le bandiere non esistono più”. Così come Liedholm: “È uno svedese napoletano che non ti offre neppure un caffè”. Burbero, a volte algido, Viola parla una lingua tutta sua, fatta di sottintesi, di parole cesellate, di termini astrusi. Ma è anche un uomo dalla vena comica inaspettata. Una volta ufficializzato il passaggio di Ancelotti alla Roma il padre del ragazzo si avvicina al patron giallorosso e gli dice: “Presidente, a lei che è anziano come me affido mio figlio”. Viola lo fissa negli occhi e risponde: “Anziano sarà lei”. Il Fulvio Bernardini diventa la sua seconda casa. Controlla tutto. Ma proprio tutto.

Durante i Mondiali del 1990 l’Argentina è in ritiro a Trigoria. E Diego Armando Maradona si dirà molto seccato della continua presenza di Viola, intento a controllare lo stato della sua proprietà. È l’ultimo avversario di un presidente amato ma anche ripudiato dai suoi tifosi, che per qualche tempo canteranno anche “Viola Dino Bagarino”. La sua scomparsa si porta via il sogno di una Roma vincente. “Batteremo anche il destino“, cantano il giorno dopo la sua morte. Ma non riusciranno a piegare neanche il Pisa (che espugnerà l’Olimpico 0-2). A fine partita Giannini si presenta davanti alle telecamere. E non riesce a trattenere le lacrime. “A molti di noi Viola ha dato un futuro questi sono momenti di sconforto, scusatemi”, dice andando via. Ed è vero. Perché in 30 anni il vuoto lasciato dalla scomparsa di Viola non si è ancora colmato.

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