La colpa era del sindaco dei Ds Leonardo Domenici, che aveva creato un “clima di sfilacciamento” all’interno della coalizione. La questione era di “metodo” e di “merito”. Quindi la mossa: far dimettere tre assessori del suo partito e poi andare alla verifica per comprendere se c’era lo spazio per un rientro in giunta. Specificando: “Noi non abbiamo fretta, possiamo anche arrivare al 2004 senza entrare in giunta se non ci sono le condizioni”. Alla fine nella sala comandi di Palazzo Vecchio i suoi li fece rientrare, con una poltrona in più. Siamo nel febbraio 2002, il palcoscenico è il Comune di Firenze, il protagonista della crisi è sempre lui, Matteo Renzi. Una delle sue prime giocate di poker che ricorda molto quella che il senatore di Rignano ha messo sul tavolo negli scorsi giorni all’interno del Consiglio dei ministri.

Il sindaco di Firenze era Leonardo Domenici, all’epoca uno dei primi cittadini più apprezzati d’Italia e presidente dell’Anci. Lo sostenevano i Ds e la Margherita, partito di cui Renzi, 27 anni, era segretario provinciale. Domenici, eletto nel 1999, estromise dalla giunta Stefano Bruzzesi di Rinnovamento Italiano, in procinto di confluire nella Margherita, e la reazione di Renzi fu veemente. “Dissenso” e “sconcerto”, mise nero su bianco il partito in un documento spiegando che la decisione era “profondamente sbagliata nel metodo e nel merito”, parole identiche a quelle utilizzate nella lettera di dimissioni della delegazione di Italia Viva dal governo Conte 2. Quindi l’avvertimento: “Riuscirà l’Ulivo ad avere la saggezza di evitare di farsi male?”. Con la “mossa” della sostituzione di Bruzzesi, “che si poteva evitare”, il sindaco Domenici “ha contribuito – sostenne Renzi – a creare un clima di sfilacciamento” nell’Ulivo.

Si arrivò sull’orlo di una crisi istituzionale, nonostante Domenici si disse “pronto” a “discutere qualsiasi proposta volta a rafforzare, riqualificare e rendere più efficace l’azione della giunta in termini di nomi e di persone”. Renzi infatti tirò dritto e, con il via libera non unanime del ‘parlamentino’ della Margherita, fece uscire dalla giunta di Palazzo Vecchio i ‘suoi’ tre assessori. Simone Tani, Giacomo Billi e Andrea Ceccarelli si dimisero il 16 febbraio. “Abbiamo cercato un dialogo, non ce l’hanno concesso, ora aspettiamo cosa dirà Domenici”, spiegò l’allora segretario provinciale come riportava NoveFirenze. Si aprì un tavolo con i dirigenti dei Ds, dell’Udeur e dei Comunisti italiani. E la Margherita chiese un incontro direttamente con il sindaco per verificare le condizioni per un rientro nella giunta. ”Noi non abbiamo fretta – sosteneva Renzi – Possiamo anche arrivare al 2004 senza entrare in giunta se non ci sono le condizioni”. Insomma, i renziani erano pronti a rinunciare alle poltrone, ieri come oggi.

Non solo. C’è un altro parallelo, tra la storia di allora e la cronaca di questioni giorni: il futuro senatore di Rignano assicurò che i consiglieri della Margherita non avrebbero fatto mancare i voti al sindaco in sede di discussione sul bilancio, prevista pochi giorni dopo. La contromossa di Domenici disinnescò lo strappo di Renzi. La ricostruiscono Simona Poli e Massimo Vanni nel libro “Il seduttore”, dedicato all’ascesa dell’ex presidente del Consiglio da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi: il sindaco d’alemiano scelse come suo vice Beppe Matulli, vecchio leone della sinistra Dc ed ex sottosegretario che in quel momento era sindaco di Marradi. Matulli era stato uno dei pochi nel “parlamentino” della Margherita a dire no all’uscita dalla giunta promossa da Renzi.

Il 28 febbraio Renzi rispose alla scelta di Domenici usando uno dei consueti giochi di parole: “Mentre la Margherita sta facendo la politica col sentimento, la sensazione è che il sindaco stia facendo una giunta con risentimento. E questo rischia di essere letale per l’ Ulivo”. Ma Matulli, una volta entrato a Palazzo Vecchio qualche giorno dopo, invitò alla pace con frasi che, pure queste, hanno una certa assonanza con la cronaca: “O Ds e Margherita vanno oltre la loro semplice autodifesa, e cercano insieme nuove risposte ai problemi, oppure ci si ferma a un braccio di ferro, con quali conseguenze elettorali e sociali davvero nessuno può prevedere”. Dopo l’all-in Renzi si acquietò, imbrigliato dalla mossa di Domenici e incassando un assessore di area Margherita in più. Diciannove anni dopo, almeno le parole e il “metodo” al tavolo da poker, sono rimasti ancora molto simili.

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