Nelle sue orecchie sembra ancora risuonare l’eco della campanella ceduta a Matteo Renzi nel 2014, durante la tradizionale cerimonia a Palazzo Chigi che segna il passaggio di consegne tra vecchio e nuovo presidente del Consiglio. All’epoca il leader di Iv era il giovane segretario del Partito democratico, mentre lui – Enrico Letta – era alla guida di un governo di larghe intese dopo la non vittoria dei dem alle elezioni. Un’esperienza durata solo 300 giorni proprio su volontà di Renzi, che il 14 febbraio di quell’anno mise ai voti della Direzione Pd una mozione lacerante: chiedere le dimissioni di Letta per dare vita a un nuovo esecutivo con lui al vertice. Da allora Letta, il primo dei rottamati del fu rottamatore, ha abbandonato i panni della politica. Nel 2015 si è dimesso dal Parlamento e si è trasferito a Parigi per guidare la Scuola di affari internazionali della celebre Sciences Po. Ma a distanza di più di cinque anni, il suo giudizio su Renzi non è cambiato: “Trovo incomprensibile e incredibile che l’Italia e in parte anche l’Europa debbano andare dietro le follie di una sola persona“, dice al Corriere della Sera in un’intervista a tutto tondo sull’attuale crisi di governo. La grande differenza col passato, avverte con un filo di ironia, è che “lui allora era il segretario del Pd, oggi è il capo di una cosa che è più piccola del Psdi“.

Nipote di Gianni Letta, lo storico collaboratore di Berlusconi, è cresciuto in Toscana proprio come Renzi. Ha iniziato la sua attività politica a fine anni Ottanta nella Democrazia Cristiana, per poi diventare il più giovane ministro della storia repubblicana fino a quel tempo nel primo governo D’Alema. Di professione docente universitario, è stato più volte ministro, sottosegretario della presidenza del Consiglio con Prodi, europarlamentare e vicesegretario del Pd. Apprezzato anche dai moderati, che nel 2013 lo sostennero a Palazzo Chigi, oggi parla da profondo conoscitore della politica italiana, anche se non più da protagonista. Perché secondo lui Renzi ha deciso di ritirare la sua delegazione dal governo? “Per cambiare il quadro politico e provare ad avere un ruolo che gli consenta di ri-esistere. Per farlo ha bisogno di uscire da una logica di centrosinistra. Una follia. Da parte di chi è stato premier c’è bisogno di un senso di responsabilità doppio, invece qui siamo all’opposto”, dice al Corriere. “Parlo da semplice cittadino, senza interessi in gioco, ma sento di dover uscire dal mio abituale riserbo perché i danni all’Italia sono enormi”.

Per Letta, il leader di Italia viva ha portato a termine nel momento peggiore per il Paese un progetto che aveva pianificato praticamente un anno fa. “Già a febbraio dell’anno scorso Renzi stava facendo cadere il governo Conte e la crisi fu impedita dall’arrivo del Covid a Codogno. Questa è la storia, la dimostrazione del fatto che le sue critiche al Recovery sono strumentali“. Come si è arrivati a questo? Il motivo è tutto politico, sostiene l’ex premier. “Nelle elezioni del 2018 ha fatto lui le liste elettorali del Pd. Si tratta di un potere inerziale di interdizione, con il quale ha messo in ginocchio la politica italiana e ci fa fare nel mondo la figura del solito Paese inaffidabile, pizza, spaghetti, mandolino”. E Letta, che negli anni non ha mai spesso di tessere relazioni internazionali, acquistando credibilità nelle cancellerie straniere, ha ben chiara l’immagine che all’estero hanno dell’Italia. “La politica non è una sceneggiata napoletana. Nel momento in cui decidi di rompere è finita. Dovrebbe interrogarsi, chiedersi perché non ci sia un leader o un giornale straniero che gli dia ragione e perché solo il 10% degli italiani pensa stia facendo una cosa intelligente. Dovrebbe ricordarsi della drammatica barzelletta del tizio contromano in autostrada”.

Qual è la posta in gioco? Il nostro Paese sta “già pagando un grande prezzo per questa scelta irresponsabile. Tutte le energie dovrebbero essere concentrate su come contrastare la terza ondata e affrontare le vaccinazioni e un governo in crisi non è in grado di rispondere al meglio a queste esigenze“, avverte Letta. Che nel 2013 si assunse il compito di guidare l’esecutivo in un momento a suo modo difficile, con il Parlamento senza una maggioranza politica, Giorgio Napolitano eletto eccezionalmente per un secondo mandato a causa della paralisi dei partiti e il Paese alle prese con le conseguenze della crisi del debito sovrano. Nel 2021, invece, oltre alle sfide della pandemia è “la prima volta che all’Italia tocca la presidenza” del G20, un vertice che “gioca un ruolo fondamentale. Sarà il primo e unico in cui si incontreranno Biden, Xi Jinping e gli europei e il tutto sotto la nostra guida, roba che dovrebbe inorgoglirci e farci tremare le vene. Avere il G20 vuol dire che tutti ci guardano con maggiore attenzione. Si tratta di preparare politicamente un evento con Biden che prende il posto di Trump e segna il ritorno del multilateralismo, applicato alla gestione della pandemia“.

Letta quindi insiste: “Serve un governo forte e netto”. E “non può che essere Conte a guidare l’Italia in questo anno, non vedo come possa essergli impedito”. Certo, il suo operato “non è stato perfetto”, ma “si è trovato di fronte a un’emergenza difficilissima e ha fatto il possibile“. A suo parere, il presidente del Consiglio “ha fatto molto bene a sfidare Renzi, perché la sua strategia non è un rimpasto di governo, ma far saltare il banco. Conte lo ha capito e ha detto ‘o dentro, o fuori'”. La giornalista del quotidiano di via Solferino gli chiede quindi se non sia l’ora di un governo di “responsabilità nazionale”, ma l’ex premier dà manforte alla linea tenuta da Pd e M5s. “Non mi impicco alle soluzioni. La crisi va risolta il più rapidamente possibile e la cosa più semplice è che Conte vada in Aula a verificare se c’è una maggioranza. I giochetti politici devono essere messi da parte”, dice, usando parole analoghe al 2013. Cioè quando fu investito dall’onda del rottamatore, oggi trasformato in “distruttore” dai giornali stranieri, a suon dell’hashtag #enricostaisereno. “Quello che sta facendo Renzi è solo il frutto di interesse politico, come sostiene il 73% degli italiani. Serve un chiarimento subito e non può che guidarlo Conte”. L’ultima parola, conclude, spetta a deputati e senatori: “Il Parlamento è sovrano e deciderà“.

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