Questo mio intervento su SanPa, la docu-serie di Netflix che sta facendo tanto discutere in questi giorni, in realtà non parlerà di SanPa, ma delle droghe e delle politiche ad esse connesse in Italia e nella maggior parte delle nazioni del mondo. Come sa chi segue con qualche regolarità questo spazio, la mia esperienza personale credo mi dia il diritto di dire la mia.

Sono certo che SanPa sia un ottimo prodotto ‘televisivo’, anche se, come inchiesta giornalistica, non ci offre alcun dato in più rispetto a quelli che già conoscevamo da anni, né ho dubbi che gli autori siano mossi da ottimi propositi e che probabilmente non intendessero affatto assolvere Vincenzo Muccioli da una serie di responsabilità, che credo siano evidenti a chiunque guardi alla vicenda con occhio scevro da ideologie.

Il lavoro rende liberi (dalla droga), che è poi l’idea di base della Comunità di San Patrignano, insieme a tutta una serie di pratiche violentemente coercitive necessarie a realizzare tale obiettivo, è una frase che ha echi disgustosi: non devo certo ricordarlo a nessuno.

Ma il punto non è questo. Il punto non è SanPa, ma quello che sta provocando e cioè una discussione tutto centrata sulla figura del suo fondatore che lascia le cose come stanno a proposito del dibattito attorno alle droghe e che, a leggere i commenti di questi giorni sui maggiori quotidiani italiani, sta avendo l’effetto paradossale di una riabilitazione di cui non si sentiva certo il bisogno.

Il punto è piuttosto farsi le domande giuste per realizzare politiche veramente laiche a proposito delle sostanze stupefacenti, che, ovviamente, non sono soltanto quelle illegali (eroina, cocaina, marijuana, ecstasy, Lsd), ma anche quelle legali e direi ‘tradizionali’, come l’alcol o il tabacco.

In Italia nel 2019 sono morte circa 17.000 persone per abusi legati agli alcolici; in Europa, dati del 2016, l’alcol era il responsabile di circa il 5,5% di tutti i decessi, circa 300.000 persone. Sono cifre impressionanti, manna dal cielo per qualsiasi (inutile e dannosa) politica proibizionista. Nel 2019 le morti ascrivibili al consumo di oppiacei sono state invece 187, 373 in totale quelle dovute a sostanze illegali. Nessun caso è ascrivibile al consumo di marijuana.

La maggior parte dei morti da droga illegale è morto solo e probabilmente buona parte di quelle morti avrebbe potuto essere evitata se quelle persone non avessero dovuto nascondersi da tutti per consumare la sostanza che avevano scelto di usare. I dati parlano chiaro, ci indicherebbero con evidenza quale sia il vero problema legato alle sostanze da affrontare in Italia, quali le politiche migliori da realizzare nell’interesse della società. Eppure accade tutt’altro.

Ai tossici resta sulle spalle lo stigma sociale, i tossici, come ci suggerisce l’analisi lucida e indiscutibile di T. Szazs, sono il capro espiatorio necessario per assolvere altri da altri ‘peccati’. Di alcol si parla in modo diverso, è su tutte le nostre tavole, a disposizione a fiumi di chiunque abbia più di 16 anni e a volte, troppe volte, anche di chi ne ha di meno. Gli ammiccamenti sono infiniti. Si parla di una tradizione, un segno d’identità nazionale. Indiscutibile.

Ed ecco, quindi, alcune delle domande a cui – imho – occorrerebbe dare delle risposte laiche.

Perché in Italia è legale morire di alcol e di tabacco e non di eroina? Perché un alcolizzato può affrontare la sua dipendenza con qualche serenità, senza che tutto ciò comporti il rischio di passare molti anni nelle patrie galere? Perché riteniamo che l’uso e la vendita di sostanze che provocano qualche centinaio di morti all’anno sia un’emergenza per la nostra comunità, mentre pensiamo che l’uso e la vendita di altre che ne provocano decine di migliaia non lo sia? Perché, nel caso delle droghe ‘leggere’, che di morti non ne fanno alcuno, pensiamo che vadano proibite e perseguite, mentre riteniamo normale il monopolio di Stato sui tabacchi, che sono causa di altre migliaia di vittime? Perché riteniamo che l’inizio di un percorso di cura e disassuefazione (certamente utile e virtuoso) sia una scelta autonoma di un alcolista e invece un obbligo per un tossicodipendente?

Il cuore, il nocciolo del discorso, insomma non è come si ‘curavano’ i tossici a SanPa, o come lo faceva invece Don Gallo (che lo faceva incomparabilmente meglio), ma chiedersi: ha un senso ‘curare’ un tossico? La tossicodipendenza è una malattia? O una devianza? E poi: l’assuefazione e la conseguente tragedia individuale e sociale, le vittime, dipendono soltanto dalla sostanza in sé, o anche dalle leggi e dalle convenzioni sociali che ne regolano la vendita e il consumo? Perché, infine, riteniamo che sia dovere etico dello Stato costringere alla cura un consumatore di eroina e non uno di alcol o di tabacco?

A chi conviene che questa situazione schizoide e paradossale continui a reiterarsi? Chi guadagna sull’illegalità di certe sostanze? E so che molti di voi hanno già una risposta a questa domanda. A chi fa comodo, insomma, che politiche come queste, che mi verrebbe da definire tribali, continuino?

Ecco, SanPa o non SanPa, a me piacerebbe che si discutesse di questo, non di Muccioli. Che si discutesse di antiproibizionismo, delle teorie di Szazs, o di Laing, di Arnao, di come questa società affronta il dolore che provoca, che ingigantisce ogni giorno con le sue dinamiche folli, basate sulla produttività, sulla velocità, sulla competizione e sull’eccellenza, mentre qualsiasi società civile dovrebbe fondarsi sulla protezione delle proprie, preziose fragilità.

Perché, come ho avuto modo di dire innumerevoli volte, di eroina (o di alcol) non muore nessuno: si muore di solitudine, di dolore, di rabbia impotente, di astinenza dalla speranza. Altro che Muccioli o SanPa.

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