“Mi disse che avevano manomesso le telecamere, e che questa donna sarebbe stata scomparsa secondo lui o sarebbe stata macinata con un trattore o data in pasto ai maiali”. È il 7 febbraio 2020 quando, nella sede del servizio centrale dei carabinieri del Ros a Roma, il collaboratore di giustizia Antonio Cossidente parla della fine che la ‘ndrangheta ha fatto fare a Maria Chindamo, l’imprenditrice di Laureana di Borrello sparita nel 2016 mentre si trovava nella sua tenuta agricola di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Al sostituto procuratore di Catanzaro Annamaria Frustaci, il pentito Cossidente racconta la storia della “lupara bianca”, consumata in Calabria ma di cui conosce alcuni particolari agghiaccianti perché gli sono stati raccontati da Emanuele Mancuso, il figlio del boss Pantaleone detto “l’ingegnere”. I due erano detenuti insieme nel carcere di Paliano, riservato ai collaboratori di giustizia. Lì dentro Mancuso e Cossidente diventano amici e parlano. Cossidente è di Potenza ma è più gande del rampollo della cosca calabrese e perciò, all’interno della casa circondariale, lo prende sotto la sua ala protettrice. Gli dà consigli e lo mette in guardia, per esempio, da un altro detenuto che lo voleva convincere a non collaborare con la giustizia.

Per questo motivo, Cossidente chiede di parlare con la Procura di Catanzaro per raccontare di alcuni episodi “afferenti alla sua protezione ed alla sua serenità”. “Per me Emanuele Mancuso – dice ai pm Cossidente – era diventato come un figlio perché anche mio figlio è dell’89 ed ha quasi la sua stessa età: Emanuele era come mio figlio che non potevo vedere per via della mia decisione di collaborare con la giustizia”. Ma, al di là delle pressioni della cosca Mancuso per far tornare indietro il rampollo pentito, è la storia di Maria Chindamo quella che attira l’attenzione della Procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri. Il figlio del boss parla di quella lupara bianca con il suo compagno di cella. Stralci di quei verbali sono stati pubblicati dal sito “ilvibonese.it”.

“Emanuele Mancuso – sono le parole di Cossidente – mi disse che era scomparsa una donna a Limbadi: un’imprenditrice di Laureana di Borrello, la Chindamo. Mi disse che lui era amico di un grosso trafficante di cocaina, detto ‘Pinnolaro’, legato alla famiglia Mancuso da vincoli storici e mi disse che per la scomparsa della donna, avvenuta qualche anno fa, c’era di mezzo questo ‘Pinnolaro’ che voleva acquistare i terreni della donna in quanto erano confinanti con le terre di sua proprietà. ‘Pinnolaro’ aveva pure degli animali, credo che facesse il pastore e questa donna si era rifiutata di cedere le proprietà a questa persona”. “Pinnolaro” è Salvatore Ascone, il cinquantatreenne di Limbadi arrestato nel luglio 2019 e poi scarcerato dal Riesame. I pm lo avevano indagato per concorso nell’omicidio di Maria Chindamo. In sostanza, era accusato di aver manomesso il sistema di videosorveglianza della sua villetta in modo da impedire di registrare la scena in cui l’imprenditrice veniva aggredita e prelevata da soggetti ignoti la mattina del 6 maggio 2016.

“Emanuele Mancuso – fa mettere a verbale Cossidente – mi disse anche che in virtù di questo rifiuto della Chindamo a cedere le proprietà, ‘Pinnolaro’ l’ha fatta scomparire, ben sapendo che, se le fosse successo qualcosa la responsabilità sarebbe ricaduta sulla famiglia del marito della donna, poiché il marito o l’ex marito dopo che si erano lasciati si era suicidato. Quindi questo ‘Pinnolaro’ sapendo delle vicende familiari della donna, sarebbe stato lui l’artefice della vicenda per entrare in possesso dei terreni e poi far ricadere la responsabilità sulla famiglia del marito in modo da entrare in possesso di quei terreni”. Emanuele Mancuso si confida con Antonio Cossidente e quest’ultimo riporta ai pm i discorsi sentiti in carcere: “Mi disse che la donna venne fatta macinare con un trattore o data in pasto ai maiali”.

Il verbale del 7 febbraio di Cossidente adesso è al vaglio della Dda di Catanzaro. Il pentito lucano fornisce ai magistrati un movente che potrebbe essere alla base della scomparsa di Maria Chindamo. Movente che compariva anche nell’interrogatorio del 18 giugno 2018 di Mancuso il quale, ai magistrati, disse che “Ascone aveva interesse ad acquisire i terreni di proprietà dei vicini e, per timori circa possibili misure di prevenzione nei suoi confronti, era solito pagarli prima in contanti, per evitare la tracciabilità dei pagamenti, lasciarli formalmente intestati agli originari proprietari, per acquisirli successivamente attraverso l’usucapione”. Se la storia raccontata da Cossidente dovesse essere vera, lo stabiliranno le indagini. Di certo spiegherebbe il perché dal 2016 non sono mai stati trovati i resti di Maria Chindamo.

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