Sembra proprio uno che si gode la vita l’ex uomo dei Graviano, Salvatore Baiardo. Vanesio e abbronzato – l’intervista deve essere stata realizzata in piena estate – Baiardo ammicca, ridacchia e annuisce alle domande dell’ottimo Paolo Mondani inviato di Report per la recente puntata sulla mafia, nella quale troneggia per le sue rivelazioni.

I Graviano, killer spietati al servizio di Totò Riina, gli avevano aperto una gelateria. Delle due l’una: o gli sta dando una coltellata e loro sono lì a dolersi per il tradimento e giurargli vendetta, oppure la sua voce non è che una estensione di quella dei suoi padroni. Chissà.

È che nel febbraio dello scorso anno – di sicuro prima dell’intervista che abbiamo visto su Rai 3 – “Madre Natura”, come era chiamato Giuseppe Graviano, il boss del rione Brancaccio di Palermo che non ebbe pietà per gli occhi profondi e buoni di don Puglisi, prese a dare botte da orbi contro Silvio Berlusconi. “L’ho incontrato tre volte a Milano, mentre ero latitante”. Parole pesanti come pietre che svolazzano nell’aula bunker di Reggio Calabria durante il processo ‘Ndrangheta stragista mentre lui depone in videoconferenza.

Niccolò Ghedini deve essere cascato giù da una sedia, si precipita a smentirlo e minaccia querele. Graviano sostiene poi che Berlusconi, prima di iniziare la sua attività politica, gli avrebbe chiesto di essere aiutato in Sicilia. A detta del boss, però, molte delle attese che Cosa nostra aveva riposto in Berlusconi vennero meno, come il mantenimento del regime carcerario del 41bis e la mancata abolizione dell’ergastolo.

“Per questo – incalza – ho definito Berlusconi traditore. Sono latitante dal 1984 – dice al procuratore Giuseppe Lombardo che lo interroga – ma fui lo stesso presente quell’anno ad un incontro con Berlusconi, che sapeva della mia condizione. C’erano anche altre persone. Mio nonno, un facoltoso commerciante di frutta e verdura, era in contatto con Berlusconi e fu incaricato da Cosa nostra di agganciare l’ex presidente della Fininvest per investire al Nord”.

“L’incontro – insiste il boss – avvenne nel 1983 all’hotel Quark, presenti il nonno e il cugino Salvatore. I soldi dei Graviano sarebbero finiti anche nella realizzazione di Milano 3 e la nostra idea – dice – era di legalizzare la situazione per far emergere i finanziatori nella società immobiliare di Berlusconi in cui c’era mio nonno, perché i loro nomi apparivano solo su una scrittura privata che ha in mano mio cugino Salvo”. Punto. Poi Graviano tace, ridiventa una tomba.

Ora spunta l’ex gelataio. Che butta lì, a mezza bocca, quasi un borbottio “Sì, sì, e certo che sì. Si sono visti. Ahi sai tu quante volte!” e così via (un modo di fare che non sappiamo se appartiene al personaggio o è una tecnica per poi ritrattare…). Parla anche dei soldi che i Graviano avrebbero dato a Marcello Dell’Utri e Berlusconi, anche per appoggiare il progetto politico, già a partire dal febbraio-marzo del 1992, e tocca la questione delle questioni, quella che sta a cuore non solo agli investigatori: l’agenda rossa.

Quella famosa agenda di Paolo Borsellino che è diventata un simbolo del movimento antimafia. Dice che è in più mani, in più copie. Cu fu un grosso incontro a Orta per quell’agenda rossa. Un grosso incontro. Lui l’avrebbe addirittura vista. L’agenda non è un semplice oggetto, è una evocazione, il rinvio ad un mondo, è un modo per creare tante attese. Ma attenzione. Non sappiamo per conto di chi parli l’ex gelataio, l’uomo dei Graviano.

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