Qualcosa di più di semplici furbetti. I controlli della Guardia di finanza, per verificare che il reddito di cittadinanza finisca nelle tasche di chi realmente ne ha bisogno, in Sicilia hanno portato a scovare beneficiari con condanne in via definitiva per mafia. Nel Trapanese, dove Cosa nostra è legata a doppio filo al nome Matteo Messina Denaro, i militari hanno stilato una lista di 127 beneficiari senza requisiti. Tra loro spiccano tre donne sposate con esponenti delle famiglie mafiose della provincia.

Una di loro è Lea Cataldo, coniuge del boss di Campobello di Mazara, Franco Luppino. La donna, 58 anni, era riuscita a ottenere il sussidio statale omettendo non solo i lunghissimi precedenti giudiziari del marito, ma pure i propri, essendo stata condannata a due anni per favoreggiamento a Cosa nostra. Pena che Cataldo ha finito di scontare a dicembre del 2017. Luppino, invece, è ritenuto figura di vertice della criminalità organizzata. Il suo nome è comparso, l’ultima volta, nell’inchiesta Mafia Bet dove alcuni indagati discutevano del suo presunto sostegno dal carcere a Stefano Pellegrino, avvocato eletto all’Assemblea regionale siciliana nelle fila di Forza Italia. Fatti per i quali la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per corruzione elettorale ma senza aggravante mafiosa. Nelle intercettazioni di Mafia Bet finì anche la stessa Cataldo, citata dagli indagati per l’esigenza di essere sostenuta economicamente. Un aiuto che, stando alle recenti indagini dei finanzieri, la 58enne da qualche tempo era riuscita ad avere direttamente dallo Stato.

Le altre donne coinvolte negli accertamenti delle Fiamme gialle sono le coniugi di Matteo Tamburello e Maurizio Arimondi. Il primo a novembre si è visto accogliere l’istanza di ricusazione dei giudici in un processo per mafia nell’ambito del quale la procura di Palermo ha chiesto una condanna a vent’anni. Nel passato di Tamburello, cresciuto all’ombra del padre Salvatore e nell’alveo della mafia di Mazara del Vallo, c’è anche una condanna a quasi dieci anni, finita di scontare nel 2015. Tornato in libertà, secondo gli inquirenti, ha ripreso il proprio posto all’interno della famiglia mazarese con l’intenzione di riorganizzarla.

Compaesano di Messina Denaro e uomo d’onore è invece Maurizio Arimondi. L’uomo, nel 2016, si è visto confermare dalla Cassazione la condanna a dieci anni disposta nel processo Golem 2, uno dei tanti che negli ultimi anni hanno visto alla sbarra i fiancheggiatori della primula rossa di Cosa nostra.

Beneficiari diretti del reddito di cittadinanza sono risultati anche Vito Russo e Salvatore Angelo. Il primo ha percepito 7mila euro, il secondo appena 2mila. Somme contenute, nel loro caso, proprio perché la loro presenza nelle liste dell’Inps è subito saltata agli occhi. Russo, originario di Marsala, è stato condannato a oltre sette anni perché ritenuto imprenditore a disposizione di Cosa nostra. Il salemitano Salvatore Angelo, invece, è stato uno degli imprenditori del settore delle rinnovabili che avrebbe agito all’ombra di Messina Denaro. L’uomo, nel 2017, è stato destinatario di una confisca di beni per 7 milioni di euro, compresa la Salemitana Calcestruzzi, società intestata ai familiari. Per i magistrati, Angelo avrebbe avuto il potere di impedire che nella zona di Salemi potessero lavorare imprese sgradite alla locale famiglia mafiosa, all’epoca capeggiata dal boss Gaspare Casciolo.

Tra chi è stato denunciato dalla Guardia di finanza c’è anche un soggetto che risulta aver vinto, giocando a poker sul web, circa mezzo milione di euro. La vincita, che molto probabilmente sarà oggetto di ulteriori approfondimenti investigativi, risale al 2018 e sarebbe dovuta essere dichiarata al momento della richiesta del reddito di cittadinanza. La consapevolezza di ricevere risposta negativa dallo Stato, però, ha portato il giocatore a tacere sul proprio talento.

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