di Gianluigi Perrone*

Mentre l’Europa si appresta a festeggiare un Natale colmo di restrizioni, qui in Cina, dove risiedo dal 2012 come Ceo di una compagnia cinematografica, si avvicina il primo, tragico anniversario dell’inizio della pandemia, quantomeno della sua ufficializzazione l’ultimo dell’anno del 2019.

Dopo un anno l’Occidente non ha risolto il problema, mentre l’Asia può vantare un controllo della situazione più saldo, considerando che oramai da mesi è consentito fare una vita quasi normale che prevede solo l’uso non obbligatorio della mascherina e la conferma attraverso la famosa applicazione, che riporta se si è stati in una zona rossa in tempi recenti.

L’economia non è ritornata come prima, è mutata. I cinema non sono pieni zeppi, i ristoranti non sono assaltati dalla gente. Qui molti, forse per paura del virus ma forse anche per una certa ansia economica, spendono più tempo a casa per il poco tempo libero ma si muovono tranquillamente per il lavoro. Movimenti limitati al territorio nazionale, e alle aree sicure.

Per il classico gioco di scatole cinesi, si hanno dei limiti a viaggiare anche internamente, e i viaggi dall’estero sono praticamente chiusi. La legge impone, se si viene dall’estero, di fare quarantena in un albergo in una località (non quella di arrivo) a proprie spese, dopo che si è fatto il tampone entro 72 ore nel Paese di provenienza e nel Paese di transito (sic!). Il tentativo è importare quanti meno casi possibili, sia da parte degli stranieri che dei cittadini cinesi che avrebbero diritto di rientrare per nazionalità. Tuttavia questo catenaccio strategico non è bastato a impedire un nuovo caso importato a Pechino, che prevede solo due positivi nell’area di Wanjing, ma che ha messo subito in allarme le autorità e fatto chiudere alcune strade della città.

Nel frattempo ipotesi si susseguono sulla provenienza del virus. Pechino ipotizza, più o meno scientificamente, varie altre origini nonostante sia chiaramente una zoonosi che si sviluppa a causa della malgestione del bestiame, che però potrebbe avvenire anche altrove, inclusa l’Italia dove erano stati denunciati da Le Iene diversi allevamenti di maiali nelle condizioni esattamente favorevoli alla proliferazione di una carica virale zoonotica quale è il Coronavirus. Ebbene, questa posizione netta della Cina sta avendo ripercussioni notevoli (forse epocali, vedremo) in Italia.

La notizia che il piano pandemico italiano non fosse stato aggiornato dal 2006 rimbomba un po’ in tutto il mondo, maturando sospetti che potrebbero avere conseguenze e responsabilità da identificare nei decenni e quindi nel sistema stesso. Se si legge il report del team del professor Francesco Zambon, An Unprecedented Challenge: Italy’s first response to Covid-19, dove viene formulata questa ipotesi, si può osservare che l’informazione sul piano pandemico italiano è una delle poche inedite analizzate dal team di Zambon.

Ciò che ha messo sotto i riflettori mediatici questa ricerca è stato il fatto che l’Oms abbia tirato giù il piano dopo solo 24 ore, il che ha fatto ipotizzare una pressione da parte del governo italiano per non far scoppiare l’inchiesta di cui si parla tanto. Tuttavia l’avvocato del professor Zambon ha dichiarato in una puntata di Non è l’Arena (al minuto 30) che il report è stato rimosso dal sito dell’Oms su richiesta della Cina a causa di alcune inesattezze presenti nel testo, tanto che “il team degli scienziati che aveva lavorato al rapporto ha deciso di rimuovere integralmente il passaggio dedicato alla Cina”. Una volta corretto, il documento non è stato più ripubblicato.

Naturalmente in Italia interessa particolarmente di chi potrebbero essere le responsabilità di una decennale reiterata impreparazione, ma è lecito essere curiosi di scoprire cosa ci fosse scritto sulla Cina che il governo cinese – secondo le ricostruzioni – avrebbe richiesto venisse censurato.

Io mi sono preso la briga di leggere quel documento con occhio analitico proprio su questo aspetto. Ciò che ne viene fuori è che in quel di maggio, quando l’Oms pubblicò la ricerca di Zambon e soci, ogni qualvolta viene nominata la Cina non si solleva alcun dubbio che il virus abbia avuto origine a Wuhan. Non vi è una particolare analisi della posizione cinese, poiché il testo si rivolge in particolare sulla gestione italiana, ma salta subito all’occhio che nel creare questa cronistoria dell’origine del Covid-19 venga sempre indicata la Cina, nonostante si affermi (ecco qui le “incongruenze” di cui parla l’Oms quando giustifica l’eliminazione del testo) che il Paziente Uno non sia mai stato in Cina né avuto contatti con essa.

Fatto sta che lo zelo delle autorità cinesi ha tirato fuori un sospetto che poi si è reso più concreto a causa del leaking delle email scambiate tra i diretti interessati del (al momento “potenziale”) nuovo scandalo di “Pandemopoli”, e che sarebbe potuto anche passare inosservato se non fosse intervenuta questa censura. Proprio la Cina che il piano pandemico ce lo aveva eccome, visto che ricordava ancora le conseguenze della Sars.

*CEO di Polyhedron VR Studio a Pechino

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