Da diciotto secoli, nei presepi allestiti in ogni angolo del mondo, i Re Magi avanzano, giorno dopo giorno, verso la grotta del bambinello. Poi, alla dodicesima notte dopo il Natale, giungono a destinazione per fare ritorno, il giorno seguente, da Erode che, secondo l’episodio narrato nel Vangelo di Matteo, ordinerà il massacro dei bambini con lo scopo di uccidere il Messia. Da qui, sempre secondo la tradizione cattolica, la fuga in Egitto della famiglia di Nazareth.

Il 20 aprile 2010, a qualche senatore sorprese ascoltare la narrazione evangelica singolarmente riproposta da Leonardo Piasere nel corso di un’audizione organizzata presso la Commissione Straordinaria per i Diritti Umani. In quell’occasione l’antropologo veronese coniò il termine dei “fanciulli della tredicesima notte”: bambini strappati dalle braccia delle proprie madri, uccisi o consegnati ad altri.

Giorni fa lo Stato della Danimarca si è formalmente scusato per aver separato 22 bambini Inuit dalle loro mamme. La scelta era stata presa negli anni Cinquanta con l’obiettivo di educare altrove i bambini così che, al loro ritorno, avrebbe “modernizzato” la società groenlandese. L’episodio sembra aver poco o nulla a che fare con i “fanciulli della tredicesima notte” ma in realtà è anche di loro che Piasere parlava davanti ai componenti della Commissione.

Secondo la Convenzione Onu per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 9 dicembre 1948, recepita dall’Italia, uno degli atti per giungere al genocidio di un popolo è il “trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”. È stato genocidio – e per questo la Danimarca ha espresso le sue scuse – la separazione forzato dei 22 bambini inuit dalle loro mamme.

Dall’altra parte del mondo, nello stesso decennio si avviava nelle riserve indiane canadesi la pratica di prelevare bambini per darli in adozione a famiglie bianche americane. Tra il 1950 e il 1990 il Dipartimento per gli Affari Indiani parlerà di più di 11.000 bambini scomparsi dalle riserve e parcheggiati in istituti americani prima di essere adottati. Tuttora esistono in Canada associazioni che sostengono i membri della “nazione rubata” o della “generazione perduta” nel faticoso processo di ritrovare le mamme dalle cui braccia erano stati violentemente strappati.

La storia si era già ripetuta in Australia dove si calcola che nel Nuovo Galles del Sud, tra il 1870 e il 1970, 100.000 bambini figli di aborigeni o di matrimoni misti siano stati educati in collegi o dati in adozione. Il 13 febbraio 2008 il primo ministro Kevin Ruud presentò le scuse davanti al Parlamento, parlando senza mezzi termini di “un capitolo vergognoso nella storia della nostra nazione”.

E poi ancora in Svizzera, dove dal 1926 al 1972 quasi 600 piccoli jenish (gruppo di nomadi praticante il commercio ambulante) furono sottratti dalle loro famiglie per essere internati in istituti o consegnati a famiglie di contadini. Dopo che le dolorose storie furono portate alla luce le autorità svizzere intrapresero un percorso di “riconciliazione” e di “risarcimento” nei confronti della minoranza jenish.

Due recenti ricerche (Dalla tutela al genocidio e Mia madre era rom) ci dicono quanto questa pratica sopravviva in Italia appena fuori dalle nostre case. Sono gli impietosi numeri a rivelarlo. Pur essendo i rom nelle baraccopoli lo 0,03% della popolazione, quelli tra loro “figli della tredicesima notte” superano il 10%. In Italia, infatti, un bambino rom ha 17 probabilità in più di essere tolto dalla propria famiglia rispetto a un bambino non rom.

Una probabilità che a Roma raggiunge il 40%! Le ricerche non condannano l’istituto dell’adozione come strumento che pone al centro il “maggiore interesse del bambino”. Nelle loro pagine, però, emerge quanto il pregiudizio di assistenti sociali e di giudici condizioni il loro operato con esiti devastanti per la vita di famiglie che spesso hanno come sola colpa l’indigenza o il peso di una decisione, presa dalle autorità, di vivere in un container malmesso o in una roulotte non più giudicati idonei ad una vita adeguata.

La “sterilizzazione sociale” è una pratica antica con la quale una maggioranza annienta una minoranza con la scusa di salvare i suoi figli sottraendoli a genitori ritenuti inadatti e incapaci di provvedere ad una corretta educazione.

Davanti al presepe non sarebbe male ricordarci di Erode e dei tanti “genocidi” praticati. Con l’ultimo, in ordine temporale, che ci ritroviamo sotto casa, figlio di un sistema perverso che ha la necessità di dare carne a paure ed ossessioni collettive e di giustificare scelte davanti alle quali un giorno ci saranno solo le scuse ad attenderci. Ammesso si ritroverà il coraggio per farlo.

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