La vera grandezza sta nel trasformare una storia personale nella storia di tutto un popolo. E i gol di Paolo Rossi sono riusciti a sollevarsi dal piano della cronaca per entrare in quello della narrativa. Perché quel centravanti dai modi gentili e dai piedi avvelenati è stato molto più del calciatore che ha fatto vincere all’Italia i Mondiali del 1982. È stato una speranza in calzoncini e maglietta (azzurra), un uomo in grado di far voltare pagina a una nazione intera. Perché la suggestione vuole che grazie alle sue reti, grazie a quella coppa dorata alzata in Spagna, l’Italia sia uscita una volta per tutte dagli Anni di piombo per entrare nelle paillettes degli anni Ottanta. Per qualcuno si tratta di un’esagerazione. Per altri di una granitica certezza. Fatto sta che Paolo Rossi è riuscito a varcare il recinto del campo verde per entrare nella cultura di massa. A modo suo. Perché l’attaccante azzurro è considerato uno dei calciatori più forti del secolo, ma non ha mai potuto contare sull’epica del dannato, delle frasi fatte che oppongono genio e sregolatezza, croce e delizia. Anche i suoi peccati sono stati minori. Con quella condanna per il ruolo più che marginale nella vicenda del calcioscommesse (nel penale è stato assolto, ma ha scontato una squalifica di due anni) che gli si è appiccicata addosso. Una vicenda che diventa un pregiudizio eterno. La carriera di Paolo Rossi è stata relativamente breve. A 28 anni aveva già dato il meglio. A 30 ha salutato il calcio senza mai rientrarci. “Se una partita mi annoia preferisco guardare un film“, dirà qualche anno dopo. Una frase urticante per un mondo che si prende troppo sul serio. In mezzo ci sono due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Uefa, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe con la maglia della Juventus. Eppure il ricordo di quel Mondiale ha fagocitato tutto il resto. E quei sei gol messi a segno sul suolo spagnolo, sono ancora oggi la cifra della sua esistenza, l’eredità di un uomo che in una giornata è riuscita a far piangere due nazioni: lacrime amare al Brasile. Gocce di gioia all’Italia. E poco male se alla fine passerà alla storia l’esultanza iconica di Tardelli. Alla fine quel Mondiale sarà legato indissolubilmente al suo nome.

La gioventù | 1-0 al Brasile
Antonio Cabrini stoppa il pallone sulla trequarti, se lo porta avanti con il sinistro, alza la testa. In quel momento Paolo Rossi sta sgambettando al limite dell’area di rigore del Brasile. Ha i piedi che si muovono rapidi mentre pensieri scuri rimbalzano sulla sua testa. Perché l’Italia ha giocato già quattro partite nel Mondiale spagnolo. E lui non ha ancora realizzato neanche un gol. Contro il Perù ha segnato Conti. Con il Camerun ci ha pensato Graziani. Con l’Argentina, nel secondo girone, Tardelli e Cabrini. Lui, invece, in quell’avventura ha raccolto soltanto sudore e incazzature. E critiche dalla stampa. Così, quando Antonio Cabrini lascia partire il cross dalla sinistra, Paolo Rossi ha il morale sotto i tacchetti e la fame che si gonfia nello stomaco. Alza lo sguardo e fissa quel pallone che taglia fuori tutta la difesa del Brasile. Non deve far altro che correre in avanti. Un passo. Due passi. Tre Passi. Poi il pallone impatta contro la sua fronte. E tutti sanno già come andrà a finire. La sfera rimbalza a terra e trasforma Valdir Peres nel portiere caduto alla difesa ultima vana di Umberto Saba. Dopo appena cinque giri di lancette l’Italia è in vantaggio in una partita che è destinata a durare molto di più di 90 minuti. In un match che vivrà in eterno.

Il problema è che quel ragazzino è così dannatamente normale. Ha un fisico nella media. Ha un’altezza nella media. Anche il suo nome, Paolo Rossi, è così banale da diventare quasi impersonale. Il rischio di finire nell’anonimato è altissimo. Ma di straordinario quel quindicenne di Prato ha la capacità di comprendere i propri limiti. E di migliorarli. Ha una grande tecnica ma non è un funambolo. Così per diventare imprendibile può fare solo una cosa: smaterializzarsi e poi riapparire in area di rigore. Ancora e ancora e ancora. Per capirlo, però, ci vuole un po’ di tempo. All’inizio Paolo viene schierato come ala. E la cosa sembra anche funzionare. Tanto che la Juve si decide a tesserarlo. È il 1972 e Rossi ha sedici anni. Solo che a casa proprio non ne vogliono sapere di farlo andare via. Perché la Juventus aveva già tesserato il fratello Maggiore, Rossano. E dopo un anno l’aveva rispedito a casa. “Mia madre non ne vuole sapere di mandare a Torino un altro figlio così giovane”. Ha come un presentimento. Che si rivelerà fondato. Anche se solo parzialmente. Il suo processo di crescita, a Torino, viene complicato dagli infortuni. Uno dopo l’altro. In due anni si deve operare tre volte le ginocchia. E il suo talento sembrava essersi seccato ancora prima di sbocciare.

L’esplosione a Vicenza | 2-1 al Brasile
Il Brasile ha pareggiato. E l’ha fatto subito. Al 12’ Socrates ha bucato Zoff. E ha segato le gambe all’Italia. O almeno così sperano i sudamericani. Solo che al 25’ Toninho Cerezo perde un pallone insanguinato. Voleva passarla verso il centro della sua trequarti difensiva dove c’erano solo maglie gialle. Solo che Rossi era scomparso per poi riapparire davanti all’avversario. Si alza la palla con il destro per evirare la scivolata del difensore, fa due passi, tira. Il rumore è sempre lo stesso. Quello del cuoio che si strofina alla rete. Quello di migliaia di voci che si sommano per urlare un’unica parola: gol.

Per rifiorire ha bisogno di un terreno diverso. E di pazienza. Meglio i prati spelacchiati della periferia, meglio un temporaneo anonimato in attesa di un futuro da protagonista. Rossi finisce prima a Como. Ma il ruolo che lo aspetta è solo quello della comparsa. Poi a 20 anni ecco che il Lanerossi Vicenza bussa alla porta della Signora. Si dice che Giussy Farina sia pronto a prenderlo in comproprietà. È il trasferimento che gli cambia la vita. Il suo nuovo allenatore, GB Fabbri, lo prende da parte e gli dice: “Paolo, o ti faccio giocare centravanti, tu non sei un’ala. Fidati di me“. Paolo annuisce ma non è convinto. Almeno all’inizio. L’adattamento al nuovo ruolo gli costa fatica e lavoro. Sotto il sole. Sotto la pioggia. Sotto la neve. E Fabbri ha ragione. Nel suo primo anno, in B, segna 21 reti e trascina la squadra in A. Nella stagione successiva ne realizza addirittura 24. Il Vicenza è secondo, dietro proprio alla Juventus. Farina tratta il riscatto della comproprietà. Da Torino arriva una soffiata su quanto offriranno i bianconeri. Solo che Boniperti aveva fatto girare una voce piuttosto gonfiata. Farina ci casca e stacca un assegno più robusto del necessario. Ma lo fa con il sorriso. “Non ho mai amato nessun giocatore, tranne Paolo”, ripeterà per anni.

Lo scandalo scommesse | 3-2 al Brasile
La storia si ripete sempre due volte, diceva Marx. La prima come farsa. La seconda come tragedia. E il gol di Falcao, al 68’, è una piccola tragedia. Mina le sicurezze, appesantisce le gambe, accorcia il respiro. È il 74’ quando Conti batte un calcio d’angolo dalla destra. La palla finisce nel mucchio e viene respinta fuori area. Tardelli tira, ma la conclusione è sporca, strozzata. Il Brasile fa un sospiro di sollievo. Solo per un momento. perché Rossi fa il Rossi. Sbuca dal niente, apre il destro, spedisce il pallone in fondo al sacco. E stavolta non ci sarà nessuna rimonta del Brasile. L’Italia è in semifinale. Contro la Polonia.

Ma l’amore è puro solo se ha una data di scadenza. E continuare senza sentimento vuol dire semplicemente ostinarsi. Un errore che Farina non ha molta voglia di commettere. In un anno il Vicenza passa dalla Coppa Uefa alla Serie B. E stavolta Paolo non può tornare in periferia. Ma non è ancora pronto per accasarsi in centro. Così finisce al Perugia. Ed è la seconda grande svolta della sua carriera. Perché viene travolto dallo scandalo scommesse. L’attaccante viene accusato di aver partecipato alla combine di Perugia-Avellino. Anche se ha segnato due gol. “Non sapevo nulla delle scommesse: pensavo al classico pareggio accettato da due squadre che non vogliono farsi male – racconta nel suo libro – Seguii il processo come qualcosa di irreale, come se ci fosse un altro al posto mio. Capii che era tutto vero quando tornai a casa e vidi le facce dei miei“. Rossi non è più quello che fa esultare le tifoserie. Ora è un ragazzo che si sente tutti gli sguardi addosso, che ascolta i commenti pronunciati da bocche sconosciute. Il pallone diventa respingente, gli fa venire il voltastomaco. Pensa di smettere. Di cambiare vita. Di andare via dall’Italia. Ha bisogno che qualcuno gli tenda una mano per non sprofondare in un buco nero. E quel qualcuno assume le sembianze di Enzo Bearzot. Il cittì tiene la punta sulle spine. Lo rincuora nei momenti più bui. Lo pungola quando lo vede fuori forma. Una volta il tecnico si presenta a pranzo da Rossi, lo squadra, constata che è ingrassato di un paio di chili. E poi gli dice: “Hai dei fianchi da fattrice normanna”. Le giornate diventano interminabili, come sputate fuori da una fotocopiatrice. Quando deve scontare ancora un anno di squalifica riceve una lettera. È Boniperti. Gli dice che lo rivuole alla Juventus. E di presentarsi con i capelli corti. Paolo Rossi non è più un appestato, ora è di nuovo un giocatore. Rientra dalla squalifica quando mancano tre giornate alla fine. Segna un gol. Si illude. Di nuovo. Stavolta pensa di essere tornato in forma, ma non è così. Almeno non ancora. Bearzot gli manda comunque una nuova lettera. È ancora di convocazione. Ma la destinazione è il cielo limpido della Spagna.

Il riscatto Mundial | 2-0 alla Polonia
Rossi è a terra. La schiena che sprofonda sul prato verde del Camp Nou. I pugni chiusi alzati verso l’alto. Paolo ci è riuscito di nuovo. Ha segnato ancora. Due volte. Prima ha deviato in rete un calcio di punizione dalla destra. Poi ha spedito in fondo al sacco un traversone di Conti dalla sinistra. Due reti che sono carri armati contro la fanteria polacca. La semifinale non è ancora finita. Rossi ha ancora il tempo di girarsi e di guardare il tabellone luminoso del Camp Nou. C’è scritto: «El hombre del partido es Paolo Rossi (ITA)». Ed è vero.

La vigilia del Mondiale è inquieta. Per l’Italia. Ma soprattutto per Rossi. E non solo perché la sua condizione non è al massimo. Mentre la squadra è in Spagna un giornale scrive che lui e Cabrini sembrano due fidanzati, che stanno mano nella mano sul balcone. Solo che i due sono grandi amici. In Spagna cominciano a chiamarli maricones, omosessuali. Il medico della Nazionale cerca di fargli recuperare tono muscolare con l’elettrostimolazione. Ma qualcuno gli domanda se non sia il caso di affiancargli anche uno psicologo. Rossi si chiude in un silenzio a oltranza. “Non voglio più essere il fidanzato d’Italia, non mi interessa diventare mister simpatia, mi dà fastidio la gente“, dice. Poi basta. Decide di far parlare il campo. Solo che le prime prestazioni sono balbettanti. Bearzot lo difende a spada tratta. E continua a schierarlo. Avrà ragione. La partita contro il Brasile diventa una pagina di storia. “Quel 3-2 fu una lezione per la quale il Brasile ci dovrebbe ringraziare e darmi un premio – dirà più avanti Rossi – Una sconfitta dalla quale impararono molto, soprattutto a giocare più coperti. Tanto è vero che poi hanno vinto altre due edizioni del Mondiale”. Quella partita passerà alla storia come la Tragedia del Sarria. E gli attirerà addosso l’odio, sportivo, di tutto un popolo. Anni dopo Rossi andò in Brasile a giocare la Coppa Pelé. E nessuno era disposto a perdonargli quella tripletta. Per strada lo chiamavano boia, per aver ucciso i sogni del Brasile. Ogni suo movimento veniva accompagnato da un mugugno. Ogni suo avvicinamento alla linea del fallo laterale veniva seguiva da un lancio di oggetti. Noccioline. Bucce di banana. Monetine. Così Rossi ringrazia e chiede di non rientrare in campo nella ripresa. Non che fuori vada meglio. Qualche giorno dopo un tassista lo riconosce e gli ordina di scendere dalla sua auto. Perché non ha nessuna attenzione di scarrozzare il carrasco, il boia, del suo Paese. Alla fine riesce a non farsi buttare fuori. Ma solo a farsi riaccompagnare lì dove era salito a bordo. “Quei tre gol – scriverà – quelli che hanno fatto piangere un intero popolo, non erano ancora stati digeriti, forse non lo saranno mai“.

Campione per sempre | 1-0 alla Germania
La palla gli arriva da destra. Stavolta l’impatto è più difficile. Perché il pallone ha accelerato a pochi passi da lui. Perché stavolta si tratta della finale del Mondiale, della partita contro la Germania Ovest. E Paolo Rossi si affida all’istinto. Si china in avanti, impatta la sfera, trafigge Harald Schumacher, uno che era soprannominato il Piccolo Hitler. Stavolta non c’è niente che può andare storto. Perché tutto quello che viene dopo è un’istantanea venuta mossa a causa delle emozioni. I gol di Tardelli e Altobelli. La voce di Nando Martellini che urla “Campioni del Mondo”. Per tre volte. “Mi sedetti su un tabellone a guardare la folla entusiasta e mi emozionai – ha raccontato Rossi – Ma dentro sentivo un fondo di amarezza. Pensavo: ‘Fermate il tempo, non può essere già finita, non vivrò più certi momenti’. E capii che la felicità, quella vera, dura solo attimi“.

Quel Mondiale resterà per sempre il suo Mondiale. E non solo perché gli varrà il Pallone d’Oro. In quella torrida estate Paolo Rossi è riuscito a trascendere la dimensione umana. È diventato mito in carne e ossa, leggenda, spirito identitario. Quell’attaccante con la faccia dell’eterno Peter Pan si è trasformato in un ragazzo pelle e ossa nel quale ogni altro ragazzo italiano poteva rispecchiarsi. Di generazione in generazione. D’altra parte, come cantava Venditti, “Paolo Rossi era un ragazzo come noi”. E poco importa se il cantautore ha detto di aver scritto quel verso ricordando un ragazzo morto a Roma nel 1966 durante gli scontri fra studenti e polizia. Perché niente unisce di più di una leggenda metropolitana. Dopo il Mundial, per Pablito ci saranno successi e delusioni. Ma senza riuscire a intaccare quell’amore che si era guadagnato sotto il cielo rovente di Spagna. “Ecco, mi piacerebbe si ricordassero di me con un solo fotogramma: maglia azzurra addosso, braccia aperte al cielo: Paolo Rossi, el hombre del partido“. Un’immagine che lo racconta meglio di qualsiasi altra parola.

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