“Da questo centro cattolico romano nessuno è, in via di principio, irraggiungibile; in linea di principio tutti possono e debbono essere raggiunti. Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano”. Sono trascorsi 55 anni da quando San Paolo VI, l’8 dicembre 1965, pronunciava queste parole a conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II nella Basilica Vaticana.

Un’utopia fortemente voluta da San Giovanni XXIII che aveva confidato il suo progetto ai suoi più stretti collaboratori appena quattro giorni dopo la sua elezione al pontificato, ricevendo totale disapprovazione. Eppure Papa Roncalli non si era lasciato convincere ad abortire il suo sogno anche quando, il 25 gennaio 1959, lo annunciò ai cardinali della Curia romana.

Il muro di opposizione fu totale, tanto che L’Osservatore Romano ignorò completamente la notizia. L’idea che un uomo già così anziano – Roncalli era stato eletto sulla soglia dei 77 anni – scelto dai cardinali come Papa di transizione potesse rivoluzionare la Chiesa cattolica con un Concilio non era per nulla accettata nei sacri palazzi.

L’11 ottobre 1962 ben 2500 vescovi provenienti da tutto il mondo sfilarono per oltre quattro ore in una interminabile processione verso la Basilica di San Pietro trasformata per l’occasione in aula conciliare. Ma la prima sessione del Vaticano II, l’unica sotto il regno di San Giovanni XXIII, fu pressoché fallimentare. Non solo non partorì alcun documento, ma inasprì fortemente gli animi delle varie correnti tra conservatori e progressisti. Arrivò Papa Montini dalla seconda alla quarta e ultima sessione e il Concilio fiorì, portando la Chiesa cattolica sul binario del dialogo con il mondo contemporaneo e non più arroccata su posizioni anacronistiche.

Non fu di certo facile, soprattutto il post Concilio con San Paolo VI sempre più isolato e vittima di attacchi, ad intra più che ad extra, ma Montini fu fedele e autorevole interprete della volontà di Roncalli: un Concilio che per la prima volta in duemila anni di cristianesimo non comminasse scomuniche, non fosse animato da uno spirito contro qualcuno da condannare, come era sempre avvenuto nel passato, ma fosse, invece, un evento pastorale, positivo, per guardare al futuro con fiducia e, in questo modo, affermare l’autorevolezza morale globale della Chiesa cattolica.

Non più un’istituzione ammuffita che condanna, quasi per statuto, la modernità, ma una realtà capace di dare una chiave di lettura del progresso alla luce del messaggio evangelico di fraternità e di pace con l’unico scopo di lavorare per il bene comune di tutta l’umanità.

Tutto ciò ovviamente non per un ideale, seppure nobile, ma laico, bensì fondato sull’insegnamento di Gesù Cristo a prescindere dal quale non solo non si può comprendere la Chiesa di Roma, ma essa stessa non ha senso ed equivale a qualsiasi organizzazione non governativa. Lodevole, ma profondamente disincarnata dal suo fondatore.

Proprio con questa consapevolezza, oltre mezzo secolo fa, Montini poté affermare: “Ognuno, a cui è diretto il nostro saluto, è un chiamato, un invitato; è, in certo senso, un presente. Lo dica il cuore di chi ama: ogni amato è presente! E noi, specialmente in questo momento, in virtù del nostro universale mandato pastorale ed apostolico, tutti, tutti noi amiamo!”.

E aggiunse rivolgendosi a tutti gli abitanti della terra al di là di ogni barriera di fede, di nazionalità e di cultura: “Diciamo perciò questo a voi, anime buone e fedeli, che, assenti di persona da questo foro dei credenti e delle genti, siete qui presenti col vostro spirito, con la vostra preghiera: anche a voi pensa il Papa, e con voi celebra questo istante sublime di comunione universale”. Con il Vaticano II la Chiesa cattolica, cioè universale, volle davvero abbracciare il mondo, senza escludere nessuno. Un’eredità preziosa contenuta nei suoi documenti: quattro costituzioni, nove decreti e tre dichiarazioni.

Come, infatti, disse Montini: “Questo saluto è, innanzitutto, universale. Si rivolge a voi tutti, qui assistenti e partecipanti a questo sacro rito; a voi, venerati fratelli nell’episcopato, a voi persone rappresentative, a voi, popolo di Dio; e si estende, si allarga a tutti, al mondo intero. Come potrebbe essere altrimenti, se questo Concilio si è definito ed è stato ecumenico, cioè universale? Come un suono di campane si effonde nel cielo, e arriva a tutti ed a ciascuno nel raggio di espansione delle sue onde sonore, così il nostro saluto, in questo momento, a tutti ed a ciascuno si rivolge. A quelli che lo accolgono, ed a quelli che non lo accolgono: risuona ed urge all’orecchio d’ogni uomo”.

E aggiunse: “Questo è perciò il momento – un breve momento – dei saluti. Dopo, la nostra voce tacerà. Il Concilio è del tutto terminato; questa immensa e straordinaria riunione si scioglie”.

Ma i frutti del Vaticano II sono quelli della Chiesa di oggi sotto i pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che parteciparono in vesti diverse a quello storico evento, e di Francesco. In quello spirito di continuo rinnovamento nella continuità indicato da San Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio: “Noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli”.

Non archeologi o custodi di un museo, ma pastori che si sporcano continuamente le mani – come ricorda ogni giorno Bergoglio.

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