High security prison 992’: benvenuti all’inferno del rettangolo della morte. I blocchi a forma di H del carcere di Tora, alla periferia meridionale del Cairo, rimandano alla famigerata prigione di Maze, più comunemente denominata Long Kesh, nella cittadina nordirlandese di Lisburn, dove tra il 1971 e il 2000 morirono decine di detenuti, tra cui Bobby Sands, leader dell’Ira stroncato dopo 64 giorni di sciopero della fame e della sete. I livelli di crudeltà non sono dissimili, tra condizioni generali pessime, violenze e torture, con una differenza: la struttura alle porte di Belfast è stata chiusa dopo gli Accordi di Pace del 1998 (Good Friday Agreement) e una serie di spettacolari evasioni, mentre l’inferno di Tora è attivo e non sembra per nulla destinato ad abdicare. Proprio nel settembre scorso il tentativo di fuga da parte di un gruppo di reclusi nel braccio ‘reati comuni’ è stato represso nel sangue dall’apparato di sicurezza: 8 i morti, di cui 4 poliziotti. Nel corso degli anni, con un crescendo esponenziale, le organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani, a partire da Amnesty International, hanno denunciato le terribili condizioni in cui versano i detenuti di Tora. Al resto hanno pensato i racconti dei testimoni oculari, vittime loro stessi di abusi e di pratiche di tortura, una volta fuori da quell’incubo.

Dalle origini ai cambiamenti per i Fratelli Musulmani – Inizialmente costruita nel lontano 1908 come ‘prigione agricola’, Tora ha subìto una serie di interventi di maquillage. Il primo nel 1928 quando l’allora Ministro dell’Interno, Mustafa al-Nahhas, sollecitò il suo potenziamento per alleviare il sovraffollamento dell’allora prigione principale di Abu Zaabal. Saltando in avanti di qualche decennio, nel 1993 la direzione del penitenziario decise di elevare le mura di cinta di quasi tre metri, modificando di fatto il volto dell’intero plesso. In realtà ognuno dei presidenti o dittatori, a seconda di come li si debba considerare, a modo suo ha messo le mani sulla prigione di Stato capace di risolvere tutti i problemi della rete carceraria maschile (a Tora non esiste un braccio femminile, per quel settore è in funzione da anni il penitenziario di al-Qanater, dalla parte opposta della capitale) dell’Egitto. Ad Anwar Sadat capitò di dover incidere dopo i Bread Riots, la Protesta del Pane del 1977, realizzando uno dei H blocks.

Al massimo della sua capienza ufficiale la ‘992’ dovrebbe ospitare 1500 detenuti, in realtà, a seconda dei periodi, la popolazione supera le 2mila unità. Per aumentare la portata della struttura, una volta esaurita l’area di espansione esterna, Tora ha iniziato a svilupparsi verso l’alto. La conseguenza è stata un peggioramento della vita carceraria vissuta dalla maggior parte dei detenuti in condizioni davvero disumane e le cronache dei racconti in arrivo dall’interno confermano l’interfaccia repressiva di un regime spietato contro i suoi oppositori.

Nel 1991 è toccato ad Hosni Mubarak (lui stesso ospite, oltre ai suoi due figli Gamal e Alaa, della prigione di Tora dal 2012 al 2013 e poi liberato da al-Sisi nonostante su di lui pendesse la condanna all’ergastolo) dare il via libera ai lavori, terminati due anni dopo, per arginare i rischi di evasioni ‘eccellenti’. Tre anni prima era successo qualcosa di eclatante: a darsi alla macchia erano stati i due membri della jihad islamica responsabili dello spettacolare assassinio dell’ex presidente Sadat il 6 ottobre del 1981 (data simbolica molto importante in Egitto che segna l’inizio della guerra del Kippur, il 6 ottobre del 1973).

L’ultimo ritocco all’immagine della prigione in ordine di tempo è stato portato a termine nel 2014 su ordine dell’attuale presidente, Abdel Fattah al-Sisi: la realizzazione di una sezione speciale di massima sicurezza per i prigionieri politici, cioè per gli esponenti dei Fratelli Musulmani. In quella sezione, tra gli altri, hanno trascorso un periodo di detenzione il capo della Fratellanza, Mohamed Morsi, e il numero due, Essam el-Erian, morti in circostanze mai chiarite nel 2019 e nel 2020.

I reclusi: da Zaki ai leader della Rivoluzione di Piazza Tahrir – Fino all’altra sera all’interno della sezione Liman Tora erano reclusi i vertici dell’Eipr, Gasser Abdel Razek, Karim Ennarah e Mohamed Bashir, rilasciati su cauzione e tornati a casa dalle rispettive famiglie dopo alcune settimane di detenzione. Nella vicina sezione Scorpion II, al contrario, Patrick Zaki è appena entrato nel decimo mese di reclusione. Con lui decine e decine di attivisti, tra cui Alaa Abdel Fattah, uno dei leader della Rivoluzione di piazza Tahrir del gennaio 2011. A causa dell’emergenza Coronavirus, le autorità egiziane da marzo hanno bloccato le visite dei familiari. Nel suo caso sono andate oltre. Il 21 giugno scorso la madre e le due sorelle di Alaa Abdel Fattah, dopo aver atteso per giorni davanti al cancello di Tora quanto meno per consegnare dei generi di prima necessità al loro caro, sono state aggredite all’esterno del carcere. È successo all’alba, quando un gruppo di donne le ha brutalmente assalite nella totale inerzia del personale penitenziario. Due giorni dopo, le tre donne hanno tentato di denunciare l’aggressione alla Procura generale, col risultato che la sorella minore, Sana, è finita ad al-Qanater dove si trova tuttora reclusa.

Per raggiungere la prigione di Tora è sufficiente salire a bordo della linea 1 della metro dalla stazione di ‘Sadat’ a piazza Tahrir e dopo dieci fermate scendere a Tora el-Balad. Attraverso un sottopasso e un vivace mercato rionale, in pochi minuti a piedi si arriva davanti al cancello d’ingresso principale del penitenziario. Fuori alcuni bar a cui siedono esclusivamente agenti penitenziari, della polizia territoriale e agenti in borghese della State Security. Restare troppo a lungo in quella zona può essere pericoloso. Il muro di cinta perimetrale, rialzato fino a sfiorare i 10 metri, è puntellato dalle altane attraverso cui le guardie tengono sotto stretta sorveglianza l’interno e soprattutto l’esterno del carcere. Da fuori è impossibile immaginare la grandezza di una struttura edilizia andata lievitando col passare dei decenni. Ogni blocco a forma di H ospita una delle sezioni del carcere: quella di massima sicurezza, Tora Liman (dove sono stati reclusi Abdel Razek, Ennarah e Bashir), Tora Istiqbal, Tora el-Makhoum e la sezione di Tora Supermax, meglio conosciuta come Scorpion II (Aqrab). All’interno di questa sezione stanno cercando di sopravvivere tutti i cosiddetti prigionieri di coscienza, attivisti per i diritti umani, giornalisti, avvocati, personaggi dello spettacolo.

Le celle e la luce regolata in una sala di controllo – Complessivamente il penitenziario più grande e temuto dell’Egitto è composto da 320 celle, equamente divise per i quattro blocchi ad H. La maggioranza di esse misura 2,5 metri per 3 e sono alte dai 3,5 metri a salire, ma ce ne sono anche di più grandi capaci di ospitare oltre 10 persone alla volta. Ogni cella ordinaria ha una finestra 90 per 80 centimetri e si affaccia o su altri edifici carcerari o sulla mura principali. Oltre alle brande, spesso senza materasso, e al gabinetto la cella dispone di una lampadina la cui accensione è regolata da una sala di controllo. Originariamente quelle più grandi erano state realizzate per ospitare due detenuti, ma l’aumento della popolazione carceraria ha costretto la dirigenza ad inserire più brande a castello.

Ogni sezione dispone del suo refettorio e dello spazio esterno e i detenuti di un’area non si mescolano mai con quelli di un’altra. Nell’enorme città penitenziaria ci sono anche un campo da calcio e uno più piccolo multiuso nato originariamente come campo da tennis. Sulla parte retrostante dell’area di Tora è stata posta l’appendice per le celle di isolamento. Il cosiddetto ‘blocco disciplinare’ ne comprende sette, tutte senza finestre, dunque senza luce naturale e ventilazione. Non manca certo una sezione medica, una sorta di punto di primo soccorso, in grado di risolvere diagnosi elementari. I detenuti vengono trasferiti in uno degli ospedali cittadini solo quando non è possibile fare altrimenti. Spesso le richieste d’aiuto rimangono inascoltate. È successo nel maggio scorso al giovane regista Shady Habash, morto dopo aver ingerito del detersivo, non curato adeguatamente e lasciato in agonia dentro la sua cella.

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