Le multinazionali continuano a proporre soluzioni alternative alla plastica, ma poco fanno per ridurre a monte la produzione di packaging usa e getta. Ne è la prova il rapporto pubblicato di recente dalla Ellen MacArthur Foundation che mostra come hanno agito, nel 2019, le aziende firmatarie del New Plastic Economy Global Commitment che rappresentano più del 20% il consumo di tutti gli imballaggi in plastica nel mondo. Da Coca Cola a Nestlé, Danone, PepsiCo e Unilever. I progressi sono stati davvero scarsi. Cinque i punti critici analizzati da Greenpeace che un anno fa aveva pubblicato il rapporto Il Pianeta usa e getta. Le false soluzioni delle multinazionali alla crisi dell’inquinamento da plastica. Oggi le cose non sembrano andare molto meglio. “Insistere sul riciclo vuol dire continuare a promuovere una soluzione che su scala globale non funziona – spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Ungherese di Greenpeace – altrimenti il nostro mare non sarebbe già oggi pieno di plastica”. Più del 90% della plastica prodotta dagli anni Cinquanta non è mai stata riciclata, mentre i tassi di riciclaggio in Europa si aggirano intorno al 30%. Un altro rischio è quello di provocare uno spostamento verso altri materiali, con uguali se non peggiori impatti ambientali, “senza però abbandonare il vero nemico, la cultura dell’usa e getta, a favore di quella dello sfuso e della ricarica”.

I PUNTI CRITICI – Dal nuovo rapporto della fondazione emerge che l’utilizzo di imballaggi in plastica da parte delle aziende firmatarie è cresciuto dello 0,6%, anche se viene registrato un calo dello 0,1% su quello di plastica vergine. Nel 2019, poi, gli imballaggi riutilizzabili sono stati solo l’1,9% di quelli totali, con un aumento rispetto allo scorso anno dello 0,1%. Le multinazionali firmatarie hanno eliminato, inoltre, solo il 17% della plastica monouso non necessaria o difficilmente riciclabile (mentre sono stati fatti molti progressi nell’eliminazione di plastiche come PVC e EPS, le aziende continuano ad immettere nel mercato molti altri polimeri non riciclabili). Per quanto riguarda la riciclabilità, invece, è vero che hanno etichettato quasi due terzi (65%) dei loro imballaggi in plastica come riciclabili ma, spiega Greenpeace, “si tratta di un dato poco affidabile”, in quanto “la maggioranza della plastica considerata riciclabile nella pratica non lo è affatto, o comunque non lo è in tutti i mercati e in tutte le aree geografiche”. Esiste una grande variabilità tra i dati delle diverse aziende coinvolte, ma “le 10 principali multinazionali non hanno riportato alcun cambiamento o hanno registrato progressi davvero minimi per quanto riguarda la riduzione della quantità di plastica utilizzata, l’aumento delle formule di riuso, il raggiungimento dell’obiettivo del 100% di prodotti riutilizzabili, riciclabili o compostabili, o nel raggiungimento degli obiettivi di materiali riciclati negli imballaggi in plastica”.

LA NOTIZIA INATTESA – Proprio di recente è arrivata una notizia inattesa: dopo decenni di opposizione ai sistemi di deposito per i contenitori di bevande, in una nota pubblicata a fine settembre su sito di Euractiv la EFWB (che rappresenta più di 500 produttori europei di acqua in bottiglia) e l’Unesda Soft Drinks Europe (che rappresenta i produttori di bibite che operano in Europa, tra cui Coca-Cola, Pepsi, Danone, Nestlé Waters e Red Bull) hanno dichiarato che “sistemi di deposito ben progettati potrebbero essere la chiave” per un veloce raggiungimento degli obiettivi previsti dalla direttiva UE sulla plastica monouso (SUP), che per le bottiglie in Pet sarebbe una raccolta al 90% entro il 2029, con un obiettivo intermedio del 77% al 2025. Una notizia salutata positivamente dall’Associazione dei Comuni Virtuosi, molto attiva nella promozione dei sistemi di deposito e che aderisce alla piattaforma europea Reloop a sostegno dell’economia circolare, mentre per la ong Recycling Netwerk Benelux “si tratta di una svolta storica”. Nel frattempo, infatti, sono diverse le strade scelte dalle grandi multinazionali (non solo nel settore delle bevande), come mostrano i dati diffusi dalla Ellen MacArthur Foundation.

COCA-COLA, TRA IMPEGNI E DATI – Coca Cola ha utilizzato su scala globale 2,98 milioni di tonnellate di plastica nel packaging (lievissimo calo rispetto al 2018, quando era poco oltre 3 milioni). La multinazionale ha dichiarato di voler utilizzare materiali al 100% riciclabili per il confezionamento entro il 2025 (traguardo già raggiunto in Italia). Entro il 2030 si è impegnata a utilizzare il 50% di plastica riciclata (rPet) e a ritirare (e riciclare) ogni lattina o bottiglia venduta. A settembre ha lanciato sul mercato italiano bottiglie realizzate con il 50% di rPet, accompagnate dall’etichetta bianca e il messaggio ‘Riciclami Ancora’. E ora che il decreto Agosto ha dato questa possibilità anche in Italia, dichiara di voler investire nella produzione di bottiglie di plastica riciclata al 100%. “Purtroppo, però – spiega Ungherese – l’azienda non ha annunciato la riduzione dell’utilizzo di plastica per le sue bottiglie”. Quando l’azienda sostiene, dati alla mano, che negli ultimi dieci anni “bottiglie e lattine hanno visto ridursi la quantità di pet, vetro e alluminio rispettivamente del 20%, 25% e 15%” in realtà si riferisce alla riduzione della grammatura, ossia del peso. “Le fanno più leggere, come accade nel settore delle acque minerali, ed è certo un passo avanti, ma comunque insufficiente”, commenta Ungherese. Come spiegato di recente a Ecomondo, per la bottiglia di un litro e mezzo l’azienda è passata da 40,2 grammi ai 36,5 grammi.

NESTLÈ SOSTITUISCE CON CARTA E RPET – Nestlè utilizza circa 1,5 milioni di tonnellate di plastica all’anno su scala globale (lo scorso anno era a 1,7 milioni) e ha aumentato di un solo punto percentuale la quantità di quella che risponde ai criteri di riutilizzo, riciclo e compostaggio. Eppure si è pubblicamente impegnata a investire per guidare un cambio di rotta dall’utilizzo di plastica vergine a plastica riciclata per alimenti. Ne sono un esempio, in Italia, gli investimenti per le bottiglie a marchio San Pellegrino, Levissima e Acqua Panna. Utilizzerà, entro il 2025, materiali 100% riciclabili, riutilizzabili o compostabili. Inoltre, tra il 2020 e il 2025 si vuole eliminare dal mercato tutti i suoi prodotti in plastica non riciclabile o che risulta difficile da riciclare passando, per la maggior parte di essi, a materiali a base di carta (ad esempio per cannucce e confezioni Nesquik). Va sottolineato, però, come spiega Greenpeace, che “la carta deriva dal legno e dalle foreste, fondamentali nella lotta al cambiamento climatico, e che il sistema del riciclo della carta non è in grado di far fronte all’aumento della domanda di packaging in carta”.

LE ALTRE MULTINAZIONALI – La francese Danone (il cui portfolio comprende anche il marchio di acqua Evian), secondo i dati diffusi nel 2019 utilizzava circa 700mila tonnellate di plastica all’anno su scala globale, mentre oggi ha persino aumentato l’utilizzo arrivando a 800mila, il 4,3% riutilizzabile, mentre la percentuale globale di plastica riutilizzabile, riciclabile e compostabile è al 67% (65,5% nel 2018). Anche Danone ha dichiarato che entro il 2025 utilizzerà materiali 100% riciclabili, riutilizzabili o compostabili. In particolare, l’azienda si impegna entro il 2025 ad utilizzare il 25% di plastica riciclata per il confezionamento dei suoi prodotti. “Purtroppo, però – spiega Ungherese – non è stata espressa alcuna intenzione di ridurre l’utilizzo di plastica”. PepsiCo si è impegnata a ridurre del 35% la quantità di plastica vergine utilizzata per le sue bevande entro il 2025 e ad utilizzare, sempre entro il 2025, il 25% di plastica riciclata. Anche in questo caso, però, non è stata espressa alcuna intenzione di ridurre l’utilizzo di plastica che, nel 2019, ammonta a 2,3 milioni di tonnellate, il 79% tra quella riutilizzabile (allo 0%), riciclabile o compostabile.

UNILEVER INIZIA A RIDURRE L’USO DI PLASTICA – Secondo Greenpeace, Unilever è l’unica multinazionale ad essersi impegnata non solo a ridurre l’uso di plastica di 100mila tonnellate, a fronte di un utilizzo di 700mila tonnellate all’anno, “ma anche ad investire nello sfuso e nell’eliminazione dei contenitori con alcune iniziative in diversi Paesi”. Di fatto non è disponibile la percentuale di plastica riutilizzabile, ma la percentuale di plastica che comprende anche quella riciclabile o compostabile è al 50%. Anche l’azienda olandese fa affidamento su raccolta, riciclo e l’impiego di materiali alternativi.

SI FA PRESTO A DIRE BIODEGRADABILE – Ma il riciclo dei vari materiali sostitutivi può comportare dei problemi. Anche nel caso della carta se, come spesso avviene, viene usata negli imballaggi di alimenti insieme a plastica o alluminio. Come nel caso di Pringles (controllata da Kellogg’s), la cui confezione di patatine in cartone, comprende anche un foglio di alluminio con base in metallo, oltre al tappo in plastica. Non è un caso se l’azienda ha di recente annunciato che sta sperimentando un nuovo packaging più semplice da riciclare. Alcune multinazionali, poi, stanno sostituendo parte della plastica monouso derivante da fonti fossili con plastica a base di materie prime rinnovabili, come mais e canna da zucchero, spesso descritta come biodegradabile e compostabile. Nel ddl di delegazione europea approvato di recente al Senato (ora all’esame della Camera), c’è anche la misura che prevede l’utilizzo di plastiche biodegradabili e compostabili al posto della plastica per i contenitori monouso, bicchieri inclusi, che entrano in contatto con gli alimenti. Ma Greenpeace ricorda che, a causa di limiti nelle tecnologie disponibili, spesso confezioni e imballaggi in bioplastica sono realizzati solo in parte con materiali rinnovabili. “È il caso della bottiglia NaturALL – spiega Ungherese – adottata da Danone e Nestlé e presentata come ‘bio’ (costituita per il 70% da plastica tradizionale), ma anche dei sacchetti dell’ortofrutta arrivati al 60% di materiale rinnovabile”.

LA PLASTICA COMPOSTABILE E I NUOVI TIMORI – Va sottolineato poi, che i prodotti definiti ‘biodegradabili’ non si decompongono se dispersi nell’ambiente o gettati in discarica, ma solo in determinate condizioni di temperatura e umidità, raramente presenti in natura, mentre la plastica compostabile è progettata per decomporsi del tutto solo in condizioni tipiche degli impianti di compostaggio industriali o, più raramente, in sistemi di compostaggio domestico. Dunque, anche queste plastiche spesso finiscono per essere smaltite in discarica o negli inceneritori. C’è, poi, un altro problema, emerso di anche in uno studio di Consorzio italiano compostatori e Corepla e legato alla confusione che alcuni imballaggi compostabili possono generare nei consumatori. Negli ultimi tre anni, infatti, se è triplicata la presenza di bioplastiche compostabili nella raccolta degli scarti di cucina. E aumenta anche la plastica tradizionale che viene erroneamente conferita nell’umido, passata dalle circa 65mila tonnellate all’anno del 2016/2017 alle circa 90mila del 2019/2020.

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