Da un lato le campagne pubblicitarie “green” e i bilanci di sostenibilità delle grandi catene della grande distribuzione organizzata con pagine dedicate alle iniziative per ridurre l’utilizzo della plastica vergine, dall’altro l’evidenza su banconi e scaffali. Che continuano a riempirsi ogni giorno di imballaggi, ingombranti, inquinanti (nonostante tutto) e non sempre necessari. L’emergenza sanitaria legata al Covid ha peggiorato il quadro, confondendo i consumatori sulla presunta maggiore sicurezza delle confezioni in plastica rispetto allo sfuso. Per quanto riguarda l’offerta, basta guardare il carrello e il proprio sacco per la raccolta della plastica che si riempie sempre più velocemente. La grande distribuzione utilizza sempre di più materiali riciclabili, ma continua a produrre ogni giorno tonnellate di rifiuti plastici (e non). Iniziano a spuntare iniziative che mirano al cuore del problema, ossia la riduzione effettiva degli imballaggi, ma riguardano ancora poche realtà.

GLI EFFETTI DEL COVID SUL CARRELLO – Secondo i dati del Panel Ismea Nielsen, nei primi nove mesi del 2020 la spesa domestica delle famiglie italiane è aumentata del 7% e sono previsti nuovi incrementi in seguito alle nuove restrizioni contro la seconda ondata. A fare da traino fino a giugno i prodotti a largo consumo confezionato (+7,8%), a fronte di una crescita della spesa dei prodotti sfusi del 4,8%. Il 70,6% della spesa delle famiglie è costituita da prodotti confezionati. Esselunga fa sapere a ilfattoquotidiano.it che “causa della crisi pandemica da Covid 19 si è assistito a un maggior interesse del consumatore verso il confezionato a discapito dello sfuso” perché “offre comodità, velocità di acquisto, conservabilità e rassicurazione”. Anche per Carrefour, l’emergenza ha avuto un forte impatto sui consumi degli italiani. “Abbiamo notato – scrivono – come i consumatori si siano orientati, nell’ortofrutta, verso prodotti preconfezionati, prediligendoli rispetto ai prodotti sfusi. I prodotti confezionati, infatti, sono stati percepiti dai clienti come più sicuri, tanto che se prima si stimava intorno al 40-45% il consumo di prodotti preconfezionati rispetto allo sfuso, con il Covid-19 si è arrivati al 60%”.

TREND IN CONTRADDIZIONE – In realtà, negli ultimi mesi i trend sono stati diversi per ciascuna categoria di prodotto. “Durante il lockdown e fino a luglio le vendite di salumi e formaggio ai banchi dei supermercati sono rimaste ferme – spiega a ilfattoquotidiano.it Fabio Del Bravo, responsabile della direzione Servizi per lo sviluppo rurale di Ismea – mentre c’è stato uno spostamento di acquisti sugli stessi prodotti confezionati, tanto che ad un certo punto l’offerta non è riuscita a stare al passo”. In nove mesi i salumi in vaschetta hanno registrato un incremento del 13,9%, le carni confezionate del 14% e i formaggi del 12,5%. Ma il trend non riguarda tutti i prodotti indistintamente. “Probabilmente i consumatori hanno avuto più tempo per lavare l’insalata, invece di acquistare quella in busta: il prodotto fresco di quarta gamma ha registrato una riduzione notevole, oltre il 6,6%, e hanno perso il 2,5% anche gli altri ortaggi freschi confezionati”. Del Bravo, però, spiega che l’aumento degli acquisti di prodotto confezionato “va avanti da diversi anni”. Da un lato c’è “una richiesta di servizio per cui il consumatore è disposto a pagare”, dall’altro “un orientamento della grande distribuzione, che punta a una gestione più semplice dello scaffale e una shelf life più elevata. Perché c’è il tema dello spreco”. Che, però, potrebbe essere risolto con altri strumenti.

LA QUESTIONE DELLA SICUREZZA – Ma se sulla domanda i trend sono diversi e a volte contraddittori, qualche evidenza c’è e riguarda proprio la sicurezza sanitaria. Uno studio dei National Institutes of Health, per esempio, ha stimato che il Covid-19 sopravviva sulla plastica fino a tre giorni. “C’è stato sicuro un tentativo di legare l’imballaggio di plastica e l’usa e getta a una maggiore sicurezza, tentativo che abbiamo anche denunciato”, spiega a ilfattoquotidiano.it Enzo Favoino della Scuola Agraria del Parco di Monza e referente europeo per la rete ‘Zero Waste’. “Sappiamo che il Covid-19 sopravvive 24 ore su carta e acciaio inossidabile e 72 ore sulla plastica. La pandemia non ha reso affatto più rischioso l’uso di oggetti e imballaggi riusabili. Francamente mi sentirei più tranquillo nell’utilizzare la borraccia personale che ho a casa, piuttosto che nel prendere una bottiglia dallo scaffale. Se faccio ricorso al monouso, poi, è maggiore il turnover di prodotti che entrano nella mia sfera domestica”. A giugno 2020, oltre cento esperti di salute pubblica e ricercatori di 18 differenti Paesi hanno sottoscritto una dichiarazione indirizzata a consumatori, rivenditori, aziende e classe politica sostenendo che “i contenitori riutilizzabili sono alternative sicure per la salute durante l’emergenza”.

LE MOSSE DEI BIG – Eppure ad oggi nei supermercati regna l’imballaggio. Al massimo si utilizza (o si mira a utilizzare) meno plastica vergine, sostituendola con quella riciclata (rPec) o con altri materiali, non sempre così sostenibili. Secondo Nomisma, dall’Osservatorio Packaging del Largo Consumo emergerebbe che “la Grande distribuzione organizzata pensa ed agisce green” perché Coop, Conad, Bennet, Esselunga, Despar, Carrefour, Pam, Md e Gruppo Gabrielli si sono impegnate “per ridurre l’utilizzo di plastica vergine cercando di sostituirla con materiali riciclati, riciclabili o provenienti da fonti rinnovabili e a basso impatto anidride carbonica”. In particolare sei insegne hanno ridotto (o sono intenzionate a farlo) l’imballaggio in eccesso o hanno preferito pack in carta. Quali? I nomi sono top secret “per accordi di riservatezza legati al progetto”, ha risposto Nomisma a ilfattoquotidiano.it. Federdistribuzione, dal canto suo, fa sapere che oltre alla sostituzione degli assortimenti di stoviglie in plastica monouso con prodotti in altro materiale ecocompatibile le imprese associate hanno avviato “autonomamente e con accordi territoriali percorsi di recupero e riciclo del Pet, dando ‘nuova vita’ ai rifiuti in Pet trasformandoli nuovamente in bottiglie e contenitori”.

Tra i big, Esselunga fa sapere che “laddove la plastica è necessaria, in quanto non ci sono ancora soluzioni che garantiscano la sicurezza alimentare e la corretta conservazione degli alimenti, si prediligono soluzioni di ecodesign per eliminare l’overpack e favorire il riciclo”, mentre “laddove possibile, la plastica viene sostituita o eliminata”. Oltre alla sostituzione di tutti i prodotti monouso in plastica con omologhi in materiali riciclabili o compostabili (nel 2019, in anticipo di circa due anni rispetto alla direttiva europea) c’è il progetto ‘FeVBio: obiettivo ZeroPlastica’, che prevede di rendere compostabile e/o riciclabile l’imballaggio di 150 articoli del settore frutta e verdura fresca biologica a marchio risparmiando “circa 137 tonnellate di plastica”. Su quante in totale? Il gruppo non ha risposto al fatto.it su questo punto. In compenso il bilancio di sostenibilità 2019 spiega che nel 2018 il materiale plastico è diminuito di 560 tonnellate rispetto all’anno prima. Sono state realizzate nuove bottiglie di acqua a marchio privato trasparenti (più facili da riciclare) e composte per il 50% di rPet, mentre il latte Esselunga BIO “è realizzato con una confezione 100% in materiale di origine vegetale”. Insomma, le direzioni sono quelle della sostituzione e del riciclo. Mentre le cassette in plastica per il trasferimento interno dei prodotti, dai campi di raccolta ai negozi, sono riutilizzabili e vengono lavate e sanificate tramite un circuito che “ha permesso nel corso degli anni di eliminare gli imballaggi secondari a perdere in cartone, legno e plastica monouso”.

Anche Carrefour ha sostituito la plastica monouso in assortimento (piatti, posate, cannucce) “con prodotti usa e getta in materiali eco compatibile”. Per quanto riguarda gli imballaggi, fa sapere a ilfattoquotidiano.it che sta intervenendo per raggiungere gli obiettivi di “riduzione del 5% della quantità di imballaggi immessi sul mercato entro il 2022 rispetto al volume 2018” e di avere “packaging 100% riciclabili, riutilizzabili o compostabili di tutti i prodotti a marchio entro il 2022”. In questi mesi si lavora con i fornitori dei prodotti Carrefour Bio per trasformare i packaging attualmente non sostenibili in 100% sostenibili, per renderli riciclabili, compostabili o differenziabili. Ad oggi circa il 75% dei packaging Carrefour Bio rispetta gli obiettivi.

IL PROBLEMA DELLE ALTERNATIVE – La possibilità di eliminare tout court gli imballaggi incontra ancora molti ostacoli. Il decreto clima ha stanziato 40 milioni di euro (per il 2020 e il 2021) a favore degli esercenti commerciali, sotto forma di contributo a fondo perduto per un importo massimo di 5mila euro per attrezzare spazi dedicati alla vendita di prodotti alimentari e detergenti sfusi o alla spina anche all’interno dei supermercati o aprire nuovi negozi che prevedano esclusivamente la vendita di prodotti sfusi. Su altri campi, anche se molto a rilento, qualcosa sta accadendo nonostante il Covid 19.

Agli inizi di novembre, in piena pandemia, è stata avviata la fase operativa di un progetto per la sperimentazione di una spesa senza imballi usa e getta, partito a febbraio 2020 con il coinvolgimento di una sola famiglia. Si chiama ‘Spesa Sballata’ e oggi si è allargato a 33 famiglie varesine che, fino ad aprile 2021, presso nove punti vendita di Coop Lombardia (due a Busto Arsizio e gli altri a Malnate, Varese e Laveno Mombello) e della stessa Carrefour Italia (a Gallarate, Varese, Cocquio Trevisago e Tradate) potranno portare da casa e utilizzare retine e contenitori riutilizzabili per acquistare ai banchi di panetteria, pescheria, gastronomia e macelleria, ma anche al banco della frutta e della verdura. Il progetto vede come capofila Cooperativa Totem in partnership con Comune e Provincia di Varese e Scuola Agraria del Parco di Monza e la collaborazione di ATS Insubria che ha redatto le linee guida sanitarie per acquisti in contenitori riutilizzabili. E ancora: a settembre 2020 ha aperto a Terni il supermercato ‘Vivo Green’, poi ci sono i negozi ZeroWaste (tra cui NaturaSi e Bio c’Bon che, a seconda dei punti vendita, vendono alcuni prodotti sfusi) e della Rete Botteghe Sfuse Indipendenti sparsi per il Paese. Infine Sigma, Ecu ed Economy sono coinvolti da dicembre 2019 in un esperimento – avviato in Emilia Romagna da Moderna Distribuzione – grazie al quale i clienti possono utilizzare i propri contenitori.

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