L’esecuzione di Ahmadreza Djalali, il ricercatore irano-svedese esperto di Medicina dei disastri e assistenza umanitaria accusato dall’Iran di essere una spia del Mossad, è stata “rinviata di alcuni giorni”. A dare la notizia, nelle ore in cui la mobilitazione si era fatta più forte a causa del suo trasferimento nel carcere di Rajai Shahr che anticipa l’esecuzione della pena, è stata la moglie, Vida Mehrannia, che spiega di aver appreso la notizia dall’avvocato del marito Haleh Mousavian.

Per lo scienziato si sono mobilitati in tanti: da Amnesty International a Iran Human Rights, fino a David Sassoli e a tutta la comunità scientifica, inclusa l’Università del Piemonte Orientale di Novara, dove aveva lavorato. Tutti chiedono che gli venga risparmiata la vita. Il dramma di Djalali inizia nel 2016 quando, rientrato nel suo Paese d’origine per partecipare ad alcuni seminari ai quali era stato invitato nelle Università di Teheran e Shiraz, viene arrestato e condannato a morte con l’accusa di spionaggio a favore di Israele in un processo che Amnesty definisce “clamorosamente iniquo”. Per la procura di Teheran avrebbe fornito al Mossad informazioni su due responsabili del programma nucleare iraniano che sono poi stati uccisi tra il 2010 e il 2012.

Secondo Amnesty, il tribunale che l’ha condannato si è basato essenzialmente su presunte confessioni estorte con la tortura quando il ricercatore era detenuto in isolamento, senza avere accesso a un avvocato. La moglie di Djalali, Vida Mehrannia, ha riferito che il medico è stato trasferito nella prigione di Rajài Shahr a Karaj, dove solitamente al mercoledì vengono eseguite le pene capitali. Gliel’ha detto lui stesso qualche giorno fa, quando per la prima volta dopo oltre un mese sono riusciti a sentirsi al telefono “per appena due minuti”. La sua esecuzione, secondo Iran Human Rights – organizzazione con sede a Oslo che si batte contro la pena di morte nella Repubblica islamica – potrebbe essere una rappresaglia per la recente uccisione dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh.

Per Djalali si è mobilitata la comunità scientifica internazionale, con appelli giunti anche dall’Italia. E in queste ore, i tentativi per cercare di salvarlo si moltiplicano, nella speranza di far leva anche sui rapporti internazionali di Teheran, che con la nuova amministrazione di Joe Biden intravede una possibile distensione con gli Usa. A chiedere che gli venga risparmiata la vita, fra gli altri, anche l’Università di Padova, la senatrice Elena Cattaneo, Nessuno tocchi Caino, il rettore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste Stefano Ruffo fino al presidente del parlamento europeo David Sassoli. “Chiedo alle autorità iraniane di commutare la pena di morte per il medico svedese-iraniano Ahmadreza Djalali – ha scritto Sassoli su Twitter – La pena di morte non è mai giustificata, è un affronto alla dignità umana e la sua abolizione è una priorità per l’Ue”. Parla di “atto di ingiustizia” Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty per il Medio Oriente e l’Africa del Nord, che chiede “al governo iraniano di fermarsi e agli stati della comunità internazionale di intervenire attraverso le loro ambasciate a Teheran”.

Ma l’Iran sembra deciso a non fermarsi. “Il potere giudiziario della Repubblica islamica dell’Iran è indipendente. Ogni ingerenza nell’emissione o nell’esecuzione delle decisioni giudiziarie viene respinta come inaccettabile”, ha dichiarato nei giorni scorsi il ministero degli Esteri, replicando alla richiesta di indulgenza della ministra degli Esteri svedese, Ann Linde, al capo della diplomazia iraniana, Mohammad Javad Zarif. Lo scienziato aveva ottenuto la cittadinanza svedese nel 2018, ma Teheran non riconosce la doppia nazionalità. Intanto, nei giorni scorsi è stata rilasciata la 31enne ricercatrice australiano-britannica Kylie Moore-Gilbert, detenuta nella Repubblica Islamica dallo scorso anno e condannata a 10 anni per spionaggio in favore di Israele, in cambio della liberazione di tre iraniani che erano “detenuti all’estero”, probabilmente per violazione delle sanzioni americane.

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