di Carmelo Zaccaria

Diamolo pure per scontato. Dopo questo periodo deprimente e tormentato ci si attende una promettente stagione di rinascita. Le previsioni su cosa veramente ci riserva il domani variano da un accentuato ottimismo sulle inesauribili capacità di riscatto del genere umano ad un legittimo pessimismo giustificato dalle sue dinamiche più neglette. In ogni caso dopo un brusco capitombolo in cui le persone, rimuginando sulla felicità perduta, ripiegano su sé stessi, d’improvviso, nella nebbia più fitta, si fa strada una nuova luce, riappare una nuova fiducia.

Nel passato le catastrofi e i flagelli erano fenomeni largamente accettati e sopportati come eventi impressi nel circuito della memoria di intere generazioni che ne tramandavano la minaccia e le traumatiche conseguenze. L’attuale pandemia invece, è stata valutata sin dall’inizio come un fastidioso accidente, le cui tracce sbiadite sono state frettolosamente rimosse dal contesto umano. La civiltà moderna, così piena di ottimismo e di compiacimento, non poteva accettare di sottostare alla diavoleria del contagio. L’invasione oscura e violenta del virus ha colto di sorpresa, nel suo picco, una modernità sazia e soddisfatta, in larga parte liberata dal bisogno, che non poteva aspettarsi di peggio che essere costretta a tenere la testa china, obbligata a ripensare sé stessa.

Ad ogni modo la rinascita di una civiltà non può essere pianificata a tavolino, ma cresce e si diffonde travolgendo idee e consuetudini, infrangendo interessi consolidati, modificando nel profondo modi di fare e di vivere. Dal caos e dal disordine sono sempre scaturiti scenari di mondi inattesi, soprattutto laddove si è potuto contare su istituzioni inclusive e su una diffusa concentrazione di saperi. Luoghi questi in cui si è maggiormente dispiegata la potenza della creatività. Einstein diceva che la creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. Voleva dire che dalla crisi più nera può nascere la spinta necessaria per disegnare nuovi orizzonti, raggiungere mete inesplorate.

Per rinascere dal Covid bisognerà dunque riprendere a volare alto, con valori e bisogni difformi da quelli odierni, far crescere, soprattutto nelle nuove generazioni, quelle spinte motivazionali che favoriscono l’entusiasmo e stimolano la curiosità verso soluzioni mai testate prima. Il livello mortificante raggiunto dal campo dell’istruzione, pensato non più come campo aperto per alimentare sogni imperscrutabili, ma come luogo regolato da logiche convenzionali e burocratiche, non aiuta a ben sperare in nuove forme di socialità.

Jean Piaget sosteneva che l’apprendimento è di per sé un atto creativo. Lanciarsi verso l’ignoto, scrutare da vicino ciò che non si conosce, stimola le funzioni dell’intelletto. Abbiamo appreso dallo psicologo Guilford, che le caratteristiche del pensiero creativo richiamano una stretta combinazione tra il pensiero “convergente” e quello “divergente”, cioè tra il pensiero più ovvio e rassicurante, che si incanala verso le soluzioni più facili e a portata di mano, e quello divergente, meno vincolato e conforme che porta la mente a generare idee originali e dirompenti, accende la scintilla dell’inaccettabile, disarticola l’impossibile. Quest’ultime sono le idee più appropriate che possono scrostare la ruggine del presente.

Purtroppo ultimamente non abbiamo saputo mantenere sgombra e ricettiva la nostra mente, ma l’abbiamo riempita di cose sbrigative e superflue, resa incapace di autoalimentarsi, indebolendo così il demone della creatività. E’ completamente sparita l’attitudine ad osare o a rischiare una brutta figura. Alla fatica e al sudore dell’esperienza diretta, anch’essa fonte di creatività, preferiamo l’accomodante vuotaggine commutata tra le pieghe del digitale.

In realtà lo schermo piatto ammalia e intorbidisce, non contempla lo sforzo creativo e non crea spinte emotive in grado di farci riflettere sulle opportunità che questa crisi ci obbliga ad esplorare.

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